lunedì 26 giugno 2017

Ida e Viviane, storie di donne in cammino


Ida e Viviane, 

storie di donne in cammino

16 DICEMBRE 2014 di Maria Serena Natale
Ida (2013)

Sono entrambe candidate al Golden Globe 2015 nella categoria Miglior Film Straniero. Due storie lontane nel tempo e nello spazio ma illuminate dallo stesso riverbero interiore, una volontà tenace. Ida (2013), la giovane novizia in cerca di se stessa e Viviane (2014), la moglie che sfida la legge per riprendersi la libertà.
Ida, orfana ebrea strappata all’Olocausto e cresciuta in un convento cattolico della Polonia comunista anni Sessanta, è un essere sradicato, senza identità né legami, grandi occhi scuri spalancati sul vuoto. Lo stesso nome che le è stato nascosto sarà per lei una conquista, un argine all’oblio, punto d’approdo e di partenza. Scoprirà un passato di dolore indicibile attraverso il viaggio con la zia ritrovata, Wanda – tra i personaggi femminili più intensi di questa stagione cinematografica -, incontrerà la sensualità, l’amore, il dubbio, la disperazione, la felicità. Un film morbido, compatto, disseminato di delicati bagliori.
In un tribunale rabbinico israeliano dei nostri giorni, Viviane trascina l’umiliante farsa del divorzio da Elijah, uomo inaccessibile sposato per volere della famiglia, il matrimonio una prigione di silenzio. Costretta a una surreale disamina delle incompatibilità che la separano dal marito, Viviane si dibatte tra le aspettative di una comunità votata all’equa ripartizione della sofferenza. Sfilano davanti agli esausti rabbini le comparse di un dramma privato reso pubblico dall’ostinazione della protagonista, continuamente richiamata a contenere un’energia erotica e vitale inammissibile. Da quell’aula non usciamo mai, le parole dei testimoni evocano una realtà esterna che è appena un sussurro, le persiane sempre chiuse, solo in una delle ultime scene Viviane, dando le spalle alla telecamera, guarda, con noi, fuori dalla finestra.


Viviane (2014)

Due sovversive, intimamente estranee a un mondo che non riconosce il loro diritto a decidere e darsi una direzione. Alle prese con l’enigma dell’essere donna, raccontato per scorci e inquadrature rétro nel raffinato bianco e nero del film del 2013 del polacco Pawel Pawlikowski (guarda il trailer in lingua originale)  e con il montaggio serrato dei primi piani che esaspera il dialogo muto dei volti in quello del 2014 scritto e diretto, con il fratello Shlomi, da Ronit Elkabetz che di Viviane è anche l’interprete (guarda il trailer in lingua originale).
In entrambi i casi, la fine della storia è l’inizio, un incosciente salto nel buio, primo passo di un percorso coraggioso e, soprattutto, solitario.
Ida in cammino sulla strada di campagna che la porta verso la vita che ha scelto. Di Viviane non ritroviamo più lo sguardo che ha dominato il racconto ma passi incerti su un pavimento bianco, i pochi metri tra quella stanza chiusa e il mondo.

CORRIERE DELLA SERA


domenica 25 giugno 2017

Perdersi nel labirinto a 18 anni / La contemporaneità del mito di Teseo e Arianna

Perdersi nel labirinto a 18 anni

La contemporaneità del mito di Teseo e Arianna


30 NOVEMBRE 2014,
LUISA MARIAN
I

"Una compagna di liceo si è gettata dalla finestra mentre stava litigando con i suoi genitori, era una bella ragazza, era stata promossa con buoni voti e aveva un fidanzato. Era felice e serena, a detta di tutti ... però si è uccisa. Sono sconvolta da questo fatto, non la conoscevo, ma mi sono profondamente identificata con lei e ho capito benissimo quello che ha provato. Anch'io sono stata sfiorata più volte dal pensiero di sparire quando il dolore del vivere era troppo forte da sopportare … ho provato paura quando l'ho saputo, paura che possa succedere anche a me …".
Federica, 18 anni appena compiuti, racconta sconvolta del suicidio della sua coetanea in una delle ultime sedute di psicoterapia, prima dell'interruzione per le vacanze estive. Fede, come la chiamano in famiglia, è una ragazza molto intelligente e sensibilissima, ed è entrata in terapia perché fa particolarmente fatica a vivere la sua età di passaggio: ha notevoli problemi di relazione coi genitori da cui non si sente capita e con cui ingaggia delle liti furenti; inoltre appare esteticamente incolore in un corpo goffo e ingessato che le impedisce di rapportarsi ai coetanei in maniera libera e spontanea, il risultato è che si sente imprigionata dalle sue paure e con un vissuto di estrema solitudine.
Dopo circa due anni di terapia, però, si è davvero trasformata: l'aria da intellettuale giudicante ha lasciato il posto a una modalità di approccio un po' più leggera e tenera, lo sguardo severo e diffidente si è addolcito; il corpo informe, grazie a una dieta adeguata e a costanti esercizi in palestra, si è delineato in una silhouette di apprezzabile flessuosità, l'abbigliamento di foggia “neutra” è stato sostituito da mises deliziose e di gusto raffinato. La femminilità adombrata in un aspetto asessuato, è riuscita finalmente a emergere e Federica ha potuto anche innamorarsi, purtroppo, per il momento, senza essere corrisposta. Grande è lo sconforto del dover soffocare una grande passionalità che ancora non può essere vissuta in una relazione d'amore “se Mario solo sapesse; se solo me lo permettesse, lo amerei in una maniera davvero incredibile, in un modo così totale e incondizionato ...”. E allora i sentimenti di disperazione per questo amore mancato, ma anche per non essere capita fino in fondo dalle amiche e dai genitori, la conducono a momenti di crisi esistenziale in cui si sente precipitare nel vuoto, sprofondata negli abissi delle fantasie più nere.

Arianna a Nasso
Kauffmann

Ecco alcuni dei pensieri che affiderà al suo diario dopo il suicidio della compagna e che mi leggerà con trepidazione in un incontro successivo: “dove lo trovi il coraggio per andare avanti, per affrontare le situazioni e le persone, per essere sicuri di sé? Dove, quando tutto attorno a te sembra guardarti con un ghigno maligno? ... Non ho un buon carattere, sono un tipo difficile … forse la cosa di cui ho più bisogno è trovare qualcuno che mi capisca sul serio … e poi questa solitudine, questo silenzio ... Mi guardo attorno e vedo questo deserto, un vuoto, il vuoto. Cosa posso fare? Quanto sono spaventata!!! … so che tutto questo è nella mia testa ed è questa la cosa terrorizzante. Mi sono letteralmente smarrita nel labirinto della mia testa e non so come uscirne ...”.
Mi colpisce l'immagine del labirinto e le chiedo cosa le faccia venire in mente: “beh, naturalmente mi ricorda il mito di Teseo e Arianna. Il labirinto era stato costruito dal re Minosse per il figlio Minotauro, creatura col corpo umano e con la testa di toro, a cui periodicamente dava in pasto fanciulli e fanciulle. Teseo si era voluto ribellare a questa carneficina ed era penetrato nel labirinto per uccidere il mostro. Arianna, figlia di Minosse, innamorata del giovane, gli aveva consegnato un gomitolo perché svolgendo il filo potesse ritrovare la via per uscire dal labirinto e salvarsi. … Così è stato, ma alla fine lui l'ha abbandonata … c'è sempre da soffrire per amore ...”.
La invito a lavorare su questa fantasia del labirinto, immaginando che la sua mente sia abitata dai personaggi del mito; Federica ci sta a entrare in questo sogno e: “Il labirinto rappresenta ciò da cui non si può uscire, è l'impossibilità di districare i propri pensieri e di trovare una via di fuga al dolore. Nel labirinto ci perdiamo, immagino alte mura, minacciose e solitarie che angosciano. Arianna potrebbe essere la persona che aspetto, spero di incontrare qualcuno che mi ascolti e mi capisca, può essere un amore, un'amica, comunque qualcuno che mi possa capire e aiutare. Arianna è la speranza di un aiuto, dà il filo a Teseo perché non si disorienti, è una persona fondamentale per la sua vita. Teseo credo che mi rappresenti, è l'eroe della storia, si mette in gioco, si ribella a Minosse e alle prevaricazioni, è animato da un ideale di libertà, credo di essere Teseo che va ad ammazzare il mostro. E anche il mostro sono io, con le mie paure, le mie ansie, il non essere capace di comunicare con gli altri ed essere imprigionata nel labirinto della solitudine. Il Minotauro è la paura. E come le paure più profonde, possiede qualcosa di irrazionale che fa agire per istinto e però è talmente radicato nella coscienza che si scorgono in lui tratti così familiarmente e terribilmente umani … è per quello che lo sento così vicino, rappresenta il lato selvatico di me”.
Bacco e Ariann
Guido Reni_

Sollecitata dalle libere associazioni di Federica, mi vengono in mente altri pensieri sul mito e glieli comunico, le dico che la storia del labirinto mi sembra essere la metafora dell'adolescenza: Teseo mi pare, infatti, l'adolescente ribelle, idealista, che parte in quarta per porre rimedio alle ingiustizie della società e non teme di sfidare il re/genitori, pur di far vivere i suoi ideali/valori. Però è anche confuso, disorientato da un'altra parte di sé che è rappresentata dal labirinto e in lotta contro il Minotauro, che con la sua testa di toro è simbolo degli istinti irrefrenabili. Quest'ultima è una parte relativamente nuova, senz'altro mai sentita così prorompente e incontenibile; è la parte relativa al corpo che in adolescenza cambia, all'aggressività e alla sessualità che hanno una diversa valenza rispetto a quando si è bambini, ed è forse percepita un po' bestiale e difficile da gestire.
È una parte che può spaventare, allora forte è il bisogno di un sostegno, di un personaggio amico che aiuti ad attraversare il labirinto della confusione, e il traghettatore, nel “nostro” mito, è Arianna che con una vicinanza affettuosa e costante, riuscirà a dare al principe il supporto necessario per riuscire nella sua impresa. Si capisce anche perché ci sia una separazione alla fine del mito, Teseo adesso è in grado di proseguire da solo, di percorrere in autonomia la strada della vita senza il filo di Arianna. Il labirinto è il luogo dove ci si perde e ci si ritrova: ci si perde come bambini e ci si ritrova come adulti. Aggiungo che questo mito sembra adombrare anche la storia del nostro lavoro terapeutico, anche noi a fine terapia ci separeremo, con un po' di dispiacere sì, ma anche con la consapevolezza di aver maturato la capacità di affrontare la vita con maggior fiducia e sicurezza.
Federica è colpita da come stanno andando i nostri discorsi e non può fare a meno di commentare: “avevo sempre snobbato questo mito, mi sembrava una storiella di poco spessore, adesso, però, ripensato assieme, capisco che non lo avevo considerato bene, in realtà è pieno di spunti di riflessione, e di speranza rispetto al futuro ....”. Ecco: un altro passo significativo è stato fatto nel nostro percorso, nuovi pensieri sono germinati all'interno della nostra relazione, tutte e due ne sentiamo con emozione l'importanza e, a fine seduta, ci salutiamo con l'intensa e rassicurante sensazione di aver consolidato il nostro legame in maniera più profonda, in una complicità emotiva che tocca e trasforma.



giovedì 22 giugno 2017

Hollywood e il sesso / Gli amori esagerati di Ava Gardner

Ava Gardner

9 LUGLIO 2013 di 

Ebbe «solo» tre mariti. Ma cambiò amanti come si cambiano i vestiti. Oltre a una straordinaria attrice, fu per due decenni la «donna più irresistibile di Hollywood». Ai piedi di Ava Gardner caddero miliardari, registi, grandi scrittori, toreri e cantanti: Frank Sinatra e Howard Hughes, Clark Gable ed Ernest Hemingway, Dominguín e George C. Scott. Con altre celebrità duellò da pari a pari: di Humphrey Bogart disse che «era un bastardo», di Aristotele Onassis «un piccolo stronzo allupato».Nessun uomo riuscì a tenerle testa: troppo grande, sicura di sé, moderna ed emancipata rispetto al modello di donna cui lo Zeitgeist li aveva abituati. Prima di Ingrid Bergman, prima di Marilyn, prima di Liz Taylor, prima di Angelina, c’era Ava Gardner. Più di vent’anni dopo la sua morte, nel gennaio 1990, escono, piene di golose rivelazioni e giudizi fulminanti, le memorie postume dell’artista. Dettate nell’ultimo periodo della sua vita al giornalista Peter Evans, ora pubblicate con l’autorizzazione della famiglia, The Secret Conversations (edizioni Simon&Schuster) sono la trascrizione fedele delle conversazioni notturne della Gardner con l’ex corrispondente del Daily Express, deceduto nel 2012 poco dopo aver completato il libro.
È una galleria a tratti ironica e affettuosa, molto più spesso impietosa e senza peli sulla lingua. Ari Onassis ci provò disperatamente, la ospitò più volte sul celebre Cristina, ma la descrizione meno contundente che la diva gli dedica è quella di «un primitivo con lo yacht». «Provava continuamente a stupirmi, ma io stupivo lui». Fu sulla nave del miliardario greco che Ava Gardner incontrò Winston Churchill, col quale condivise una memorabile sbronza. Del primo marito, l’attore Mickey Rooney, sposato nel 1942 a 19 anni, racconta il vorace appetito sessuale, ma anche la latente pedofilia: lo lasciò dopo appena un anno, quando scoprì che aveva fra le sue amanti una quindicenne.
Poi fu il turno del jazzista Artie Shaw, un «prepotente» che le fece dare lezioni di scacchi da un maestro, salvo poi innervosirsi fino a diventare violento quando la moglie cominciò a batterlo. Il terzo e ultimo matrimonio fu quello con Frank Sinatra, «un dio arrogante, che puzzava di sesso»: sei anni, dal 1951 al 1957, nei quali la carriera della Gardner esplodeva, mentre «old blue eyes» sembrava alla fine. Finì con lui depresso e lei in fuga verso la Spagna, dove cominciò la storia d’amore con Ernest Hemingway. Da Papa imparò la passione per le corride, che l’avrebbe portata nelle braccia di Dominguín: «Una dolce follia».
Evans racconta che quando chiesero al torero se rimpiangeva di non averla sposata, questi rispose: «No, perché non mi avrebbe lasciato tempo per toreare». Poi vennero l’eccentrico miliardario Hughes, «un razzista puzzolente»; il regista John Huston, «lo adoravo, mi manca, nessuno mi conosceva come lui»; l’attore Robert Mitchum che le fece fumare una canna di hashish, e perfino, ma «siamo usciti una sola volta», il mafioso Bugsy Siegel, l’uomo che creò Las Vegas. Non mancano nel libro giudizi taglienti e gossip sulle colleghe:
Lana Turner? «Le piacevano i gangster, sul serio». Elizabeth Taylor? «Non è bella, è carina. Io ero bella». Grace Kelly? «Adorava le scommesse. Una volta abbiamo scommesso 20 dollari che Hyde Park fosse più grande del Principato. Lei diceva di no. Vinsi io. Mi mandò i dollari, un Magnum di Dom Perignon e un pacchetto di aspirine per dopo la sbornia. Mi conosceva bene». C’è un solo, strano silenzio, nelle conversazioni di Ava Gardner: manca la storia d’amore con Walter Chiari, consumata nel 1957 a Roma sul set de La Capannina. Finì presto, è vero. Si favoleggia che durante una cena nella quale l’attore aveva fatto una irridente imitazione di Frank Sinatra, da poco suo ex marito, la diva, sdegnata, si alzò, uscì e andò direttamente a Fiumicino, dove prese l’aereo per gli Stati Uniti.
CORRIERE DELLA SERA


FICCIONES

DE OTROS MUNDOS


martedì 20 giugno 2017

Ambiguità / Il conflitto tra desiderio e divieto


Leonardo Da Vinci, San Giovanni Battista
Ambiguità

Il conflitto tra desiderio e divieto

30 OTT 2014 
di 
LUISA MARIANI

Un assetto mentale e comportamentale di tipo narcisistico è il tratto che caratterizza la società al giorno d’oggi, dove il conflitto tra desiderio e divieto, la fatica per raggiungere un obiettivo, l’accettazione dei limiti, sono per lo più evitati perché troppo dolorosi da riconoscere e da vivere.
Freud ne Il disagio della civiltà aveva ipotizzato che l’uomo, per diventare un essere civile, deve fare delle rinunce, deve sostenere dei sacrifici, deve contenere una certa quota di aggressività e di sessualità. In realtà, oggi si tende a non porre più limiti alle pulsioni, tutto sembra permesso e giustificato e si verifica, per di più, una affannosa ricerca del piacere fine a se stesso che sembra essere diventato una sorta di religione ed un obiettivo da perseguire con accanimento. Per affrontare le turbolenze del quotidiano, ha preso corpo e si è implicitamente affermata quella modalità di comportamento e di pensiero che è l’ambiguità, modalità così diffusa da diventare uno stile di vita generalizzato e, in fondo, tacitamente accettato e condiviso dalle regole sociali, nonostante riveli fraintendimenti, contraddizioni, incongruenze sia nel mondo interno dell’individuo che nella vita relazionale.
Qualche anno fa, la psicoanalista Simona Argentieri ha pubblicato un saggio molto interessante, L’Ambiguità, dove tratta l’argomento partendo dalla sua esperienza di pratica clinica per poi arrivare alla dimensione sociale, riproponendo un dialogo tra psicoanalisi e società. L’ambiguità del pensare è lo stratagemma funzionale ad evitare di guardare in faccia la propria realtà, di prendere posizione rispetto ai propri desideri e di confrontarsi con quelli degli altri, inoltre serve ad eludere il dolore mentale del riconoscersi umani, perciò limitati e manchevoli. Questa tendenza all’inganno sia verso gli altri, ma anche verso di sé, evidenzia un funzionamento mentale confuso, infantile e, in un certo senso perverso, in quanto misconosce l’autenticità delle emozioni che fondano la qualità dell’essere umani. “La fuga dalla conoscenza di sé è facile e può essere estremamente violenta- attraverso l’assassinio del sé” (Bion, 1987).
Nonostante ciò, la tentazione di adeguarsi alla mentalità ambigua è molto forte, in quanto ne derivano vantaggi secondari: per esempio si evita di fare delle scelte e di soffrire il dolore della rinuncia, mantenendo l’illusione di poter avere tutto; si evita la sofferenza del doversi differenziare con le conseguenti pene di separazione; si ottiene di liberarsi dai sensi di colpa trovando giustificazioni e liceità illimitate; ci si libera dall’ansia del dubbio cullandosi nell’illusione di certezze; si risolve la questione della coerenza non prendendola neanche in considerazione. L’ambiguità pare essere un salvavita da tanti guai, però non sempre rende felici se casi di forti sofferenze psicologiche riempiono pagine drammatiche di quotidiani e tante richieste di aiuto affollano i servizi di igiene mentale.
Ai giorni nostri le difficoltà emotive non riguardano tanto il conflitto tra i desideri e le proibizioni morali e/o sociali, ma segnalano piuttosto una certa fragilità narcisistica, dove l’idea di perfezione diventa un “must” che impone di non riconoscere i limiti reali, ma induce ad esibire una sorta di onnipotenza che, in realtà, non è altro che l’altra faccia di un’impotenza che tramortisce, che va assolutamente negata. Le patologie che si riscontrano maggiormente in stanza d’analisi hanno a che fare con l’idealità: l’illusione di corrispondere ad un ideale, ideale di bellezza, di onnipotenza, di intelligenza, di giovinezza, ecc. diventa un’esigenza irrinunciabile per poter sentirsi integrati nella società, altrimenti si rischia di provare un forte senso di disistima o di cadere in una cupa depressione.
Si preferisce, a volte, ritirarsi dalla vita piuttosto che non sentirsi pienamente adeguati: ci sono, allora, ragazzi che, vittime di fobia scolare, non riescono più a mettere il piede a scuola perché non sopportano il confronto con i compagni, non tollerano di poter essere valutati e giudicati, ma temono di essere scoperti nella loro limitatezza e, dunque, nella loro umanità, o ragazze che non accettano il proprio corpo perché non conforme agli stereotipi correnti e perciò indegno di essere mostrato, ma degno di essere punito, fustigato magari con attacchi autolesionistici. Adulti che si rifiutano di invecchiare, ragazzi che hanno paura di crescere: il bioritmo della vita viene impastoiato alterando il naturale svolgersi degli eventi, quasi sovvertendo l’ordine delle cose. Sembra essere un vero e proprio attacco alle leggi del vivere umano che esita, inesorabilmente, in una carenza generalizzata della dimensione normativa.
Ma la regola, oltre a differenziare il lecito dall’illecito e a punire i trasgressori, ha anche una funzione protettiva, di contenimento: serve a fare ordine, a diradare la confusione e il suo rispetto è anche fonte di autostima, dà la sensazione confortante di sentirsi a posto. La regola, allora, non è semplicemente il persecutore implacabile che toglie la libertà, ma aiuta a depotenziare l’ansia e a rendere più sereno ed agevole il procedere della vita. È vero che tramandare norme è faticoso, genera conflitto, infatti il modello educativo attuale sta cambiando, va verso un atteggiamento rinunciatario, di collusività, di non separatezza, è come se gli adulti avessero paura a differenziarsi, a lottare come se non fossero sufficientemente forti da tollerare le conflittualità inevitabili che la differenza di ruolo attiva. Ma i giovani hanno bisogno di risposte, di punti fermi a cui appoggiarsi e anche necessitano della possibilità di ribellarsi per sentirsi confermati nella loro identità, devono trovare interlocutori all’altezza e non spaventati dal doversi confrontare. Le nuove generazioni si aspettano modelli, esempi con cui identificarsi o contro cui opporsi, necessitano di sentire la passione per la vita e per principi irrinunciabili, ma spesso trovano il vuoto, una nientità che spaventa e che li induce, a volte, a comportamenti a rischio come ultimo appello di aiuto e di richiesta di presenze reali affettive e di supporto. Ci si può chiedere allora in che area l’adulto si è sottratto nell’offrire modelli di identificazione coerenti.
Alcuni genitori vogliono solo dare tenerezza e permissività per sentirsi più amabili, non contestabili, così come alcuni insegnanti rinunciano o mitigano il loro ruolo valutativo e normativo a favore del quieto vivere, ma questa è un’operazione ambigua perché in questo modo abdicano alla funzione educativa e alla responsabilità cui sono chiamati, spacciando il proprio comportamento per amore o per bontà. Anche nella politica si può spesso osservare una tendenza all’omologazione che maschera, invece, ambigue intese che rivelano difficoltà di differenziazione e di identità. Ma allora l’ambiguità, novello vaso di Pandora, è la fonte di tutti i mali?
La stessa parola “ambiguità” è un termine ambiguo, l’etimologia ci dice che deriva da ambigere = essere discorde, essere suscettibile di varie interpretazioni, contiene, dunque, in sé un duplice significato. Hegel aveva sottolineato come gli “haddad”, parole arabe dal senso opposto (sârim: notte e giorno; sara: unire e disunire; aswad: bianco e nero; ecc.) testimoniano non una carenza, ma una ricchezza semantica, la possibilità di contenere la dualità in uno… l’ambiguità si può, perciò, anche intendere come risorsa e non è solo riducibile a danno. Se la pensiamo, per esempio, applicata all’arte, all’estetica o al linguaggio allusivo, scopriamo che contiene una notevole potenzialità creativa, non ci sarebbe poesia se non ci fosse indefinitezza nel linguaggio, così come le battute di spirito non avrebbero un così forte impatto emotivo se non contenessero un doppio senso.
L’ambiguità, nell’accezione di insaturità del pensiero, di polisemia di significati, di dimensione creativa, presuppone però la possibilità di riconoscerla e di usarla coerentemente per potersi trasformare da patologia in ricchezza, da difetto in qualità sublime, da confusione in apertura alla diversità perché “ciascuno di noi è abitato da più voci … che nel dialogo intrapsichico e ancor più nel rapporto psicoanalitico giocano continue scomposizioni e ricomposizioni, veicolo di patologie, ma anche strumento di guarigione”. (Argentieri, 2008)

domenica 18 giugno 2017

Luisa Mariani / Riti di passaggio



Riti di passaggio

Adolescenti, speranza o minaccia?


30 LUG 2014
di
LUISA MARIANI

La società ha sempre temuto la potenza delle nuove generazioni e, fin dall'antichità, ha sempre cercato di intervenire e contenere il potenziale esplosivo degli adolescenti con riti di passaggio. Gli adolescenti rappresentano la speranza del futuro, ma anche una minaccia per il presente in quanto si collocano in una zona intermedia, indefinita e non facilmente comprensibile. Vivono, infatti, un'area mentale che si situa a mezza strada tra la tragedia del mondo infantile che finisce, comportando un lutto per la perdita irreversibile del passato e la scoperta di un mondo adulto che sta per iniziare, che attiva sentimenti di speranza, di idealità, di desiderio di innovazione. Il loro linguaggio comunicativo, proprio perché risente di questa confusione emotiva, rimanda al caos, al selvatico, all'estraneo, all'ignoto che spaventa. Non si sa mai come comportarsi con loro, rimandano sempre l'idea di non essere capiti, di sentirsi soli ed incompresi nella grande impresa evolutiva che sono chiamati a compiere.
A. van Gennep, etnologo, prendendo spunto dallo spazio geografico, ha definito l'adolescenza come zona “margine”, geograficamente un tipo di zona neutra e dai confini incerti dove non vigono le leggi civili. Infatti, il passaggio dallo stato infantile a quello adulto richiede un periodo di sospensione, poco definibile, neutro appunto e i riti hanno sempre avuto la funzione di accompagnare e riconoscere come sacro questo tempo al “margine” aiutando i giovani a trasformare la pubertà fisiologica, evento della natura, in pubertà culturale, cioè socializzata, simbolica. Il rito dà espressione alla crisi permettendo la rappresentazione simbolica del dolore del cambiamento.
L'adolescente incarna per gli adulti il “perturbante”, cioè paradossalmente diventa il “familiare-sconosciuto”, infatti i genitori faticano, a volte, a far coincidere il bambino conosciuto da sempre con l'irriconoscibile nuova persona trasformata dai cambiamenti della pubertà. Inoltre l'adolescente, portando con sé il rischio di morte (il suicidio è la prima causa di morte in età puberale) e di attacco alle differenze di genere e di generazione, colpisce l'ordine culturale nella sua totalità. I disturbi alimentari, gli atti autolesionistici, le fobie scolari, le droghe rappresentano un tentativo di evitare il trauma puberale, richiamando attenzione e cura tramite la regressione allo stato infantile.
Una delle immagini archetipiche che hanno dato significato alla trasformazione adolescenziale è il labirinto, luogo dove ci si perde e ci si ritrova modificati dall'esperienza: ci si perde come bambini e e ci si ritrova come adulti. Nell'antichità, in molte parti dell'Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo, il labirinto era il luogo iniziatico, luogo elettivo della rinascita psicologica, veniva proposto a cavallo della crisi puberale (menarca e capacità erettiva) al fine di aiutare ragazzi e ragazze a ri-definirsi, a ri-identificarsi come adulti. Le società attuali, caratterizzate dall'assenza o evanescenza di valori stabili, rendono praticamente impossibile un sostegno che possa contenere ed accompagnare gli adolescenti come avveniva invece nelle società antiche o nelle tribù tramite i riti iniziatici. Sono andati perduti gli ideali rivoluzionari, non sembrano esserci valori per cui combattere e lottare, tutto è appiattito sul godimento immediato e non è prevista nessuna rinuncia o sacrificio, perché nessun ideale può sostenere l'attesa e la fatica del crescere in funzione di una realizzazione futura.
Gli adolescenti d'oggi, allora, si sono dovuti inventare nuove e autarchiche modalità rituali per affrontare il passaggio dall'età infantile all'età adulta. Ad esempio, una delle testimonianze provocatrici della loro esistenza la vediamo tutti i giorni attraverso quelle disturbanti ed implacabili scritte sui muri delle città. Sono le “tags”, strane firme a caratteri quasi geroglifici che ormai sembrano far parte dell'arredo urbano. “Tag” significa macchia, segno, impronta, le tag non sono belle, semplicemente sporcano la città, ma danno ai loro autori un rimando di esistere, di essere nel mondo, servono per rassicurarli sulla loro identità. La tag è una firma indecifrabile, è un nome d'arte, è una danza del tratto grafico, è come la rappresentazione del movimento del corpo in libertà, è un segno in cui conta più la forma del contenuto, deve colpire, deve dare una sensazione di bellezza al suo autore, e deve essere ripetuta all'infinito, così come è infinita l'illusione di vita futura.
Un altro segno che marca l'età giovanile è il famoso “motorino”, con cui ragazzi e ragazze sfrecciano per le vie di città e campagne con un atteggiamento di sfida e, a volte, mettendo in atto seri comportamenti a rischio. Ma perché e cosa vogliono sfidare? Sfidano il bambino che sono stati e che sentono ancora dipendente dagli adulti, anzi, cercano di spaventare quel bambino e dimostrargli che può organizzarsi anche quando la morte è vicina. Sfidano il bisogno della madre dell'infanzia, dimostrando di aver fatto della strada dai tempi della paura del buio; sfidano anche il padre, per rassicurarsi di essere forti e capaci di lottare. Il corpo e il motorino costituiscono la rappresentazione del sé: bisogna saper gestire la forza dell'aggressività, spingersi fino al limite come nella lotta, nelle gare, ecc. senza perdersi e senza soccombere. Sfidano anche la morte e questo aspetto riguarda la difficoltà di mentalizzazione e accettazione del nuovo corpo che scoprono essere capace di generare, ma che è anche mortale. È la scoperta della propria fragilità e della caducità umana che li induce a dimostrare di essere in grado di vincere il pericolo.
Altro momento di particolare importanza per gli adolescenti è l'esperienza della “curva” durante la partita della squadra del cuore. Entra in scena, qui, un rito aggressivo, i ragazzi hanno bisogno di sentirsi protagonisti, di lottare concretamente, di riconoscersi negli slogan, nei canti, nei colori, ecc., siamo sempre nell'ambito del riconoscimento della propria identità e il gruppo, con la sua funzione eccitatoria, è fonte di rischio, ma ha anche una funzione contenitrice quando è capace di osservare delle regole non scritte che dovrebbero frenare gli eccessi. La questione è la demarcazione fra i rituali aggressivi e la violenza vera e propria. Il rituale aggressivo non ha come scopo primario l'esternazione della violenza, ma prevale il bisogno di affermazione di sé, di riconoscimento del coraggio e la spinta aggressiva pare appartenere più alla noia che alla rabbia. Il riuscire o meno a superare il rituale suscita vergogna, piuttosto che colpa: un ragazzo ha bisogno di dimostrarsi e di dimostrare di essere capace, di valere per nutrire una buona autostima. E dalla vergogna nascono le tendenze ad effettuare manipolazioni violente sul corpo: doping, disturbi della condotta alimentare, tatuaggi, piercing e anche attacchi al “corpo” scolastico, tramite, per esempio, fobie scolari, inibizione negli apprendimenti, ecc.
Tra gli atti autolesionistici che destano maggior inquietudine c'è il terribile “gioco del foulard” che, stretto alla gola, serve per ricercare lo svenimento che si realizza attraverso una iperventilazione, seguita da una compressione della carotide che blocca l'afflusso di ossigeno al cervello. Come per la droga o per l'alcol i ragazzi, anche in questo caso, sfidano il proibito, misurano i propri limiti corporei e vivono esperienze straordinarie quali senso di vertigine, uno stato soporoso e una serie di allucinazioni e sensazioni “bizzarre” come per cercare e provare sensazioni estreme per trovare una conferma drammatica, ma sentita, dell'essere presenti nel mondo con una pienezza del sentire. È anche presente un forte bisogno di mettere in scena il disorientamento, il senso di perdita, il senso di soffocamento, le angosce intollerabili e l'impotenza del sentirsi senza punti di riferimento a cui aggrapparsi.
Il dolore del corpo rappresenta e, allo stesso tempo, allontana quello della mente, nasconde quello dei sentimenti così a lungo non riconosciuti, umiliati dall'indifferenza o, al contrario, soffocati da una assillante presenza degli adulti. Ai giorni nostri il tempo della zona “margine” dell'adolescenza tende a cronicizzarsi, il desiderio di fuga da casa è sostituito da una forma di parassitismo familiare che prolunga lo stato di dipendenza e non aiuta il giovane ad assumersi la responsabilità del diventare adulto. I genitori, che devono affrontare e contenere lo scontro generazionale, sono spesso incapaci di riconoscersi adulti maturi, ma vagolano nell'illusione di un'eterna giovinezza, rifiutando il naturale scorrere del tempo che li avvia verso un'altra fase della vita, di conseguenza fanno fatica a cedere il passo: ma se non si lascia libero lo spazio, come fanno i figli a crescere e a cimentarsi con responsabilità nella vita?
Nei tempi antichi e tuttora in alcune tribù erano previsti rituali di passaggio anche per i genitori, per esempio con l'atto del “salto della siepe”. Nella società attuale dove si tende ad omologare tutto, negando sempre più le differenze di generazione e di genere, chi aiuta i genitori a passare il testimone? E quale traghettatore aiuta i figli ad attraversare il guado dell'età adolescenziale?