domenica 15 ottobre 2017

La letteratura è un circo dove va in scena il "Ray Bradbury Show"

Ray Bradbury

La letteratura è un circo dove va in scena il "Ray Bradbury Show"

Nuova edizione dell'antologia di interviste all'autore di fantascienza: sempre spettacolare

Il bambino ha cominciato a inventare Marte in riva al lago Michigan. Mamma Esther viene dalla Svezia, odia la città dove abita, Waukegan, Illinois, e sogna una vita da film. Per suo figlio Ray ha preteso il secondo nome, Douglas, come Douglas Fairbanks, l'attore de Il segno di Zorro e di Robin Hood.
Papà Leonard fa il tecnico dei telefoni, è sempre in bolletta, discende da Mary Bradbury, che nel 1692, a Salem, fu accusata di essere una strega.
Le leggende che raccontano come Ray Bradbury, il più grande scrittore di fantascienza del pianeta, cominciò a scrivere sono infinite - tutte, per altro, sparpagliate da Ray medesimo. Io ne ho contate cinque. La prima è quella più banale, dickensiana. Il piccolo Ray non sa come passare le giornate a Waukegan: la mamma lo affida allo zio, che gli legge Il meraviglioso mago di Oz e Tarzan delle scimmie. «Non potrò mai esprimere la mia gratitudine verso Edgar Rice Burroughs e il suo Tarzan», dirà Ray, decenni dopo. La seconda leggenda è freudiana. «Avevo 6 anni, avevamo il bagno in cima alla scala e di notte, per accendere la luce, dovevo correre fino a metà della rampa. Sfidavo la tenebra, immaginando l'abisso in cima alle scale...». Scrivere fu esorcizzare la paura del buio. La terza leggenda è splatter. «Ci eravamo appena trasferiti a Los Angeles, avevo 15 anni, ci fu un terribile incidente. Due automobili si scontrarono. Morirono in cinque. Vidi i loro corpi. Orribilmente mutilati. Fu uno shock». Non si sa se fu il sangue ad avviare la carriera di Bradbury, è certo che Bradbury non prenderà mai la patente, «sono terrorizzato dalle automobili». La quarta leggenda è intellettuale. «Perché mi sono messo a scrivere? Perché non ne potevo più del romanzo americano. Che si riassume così: un intellettuale ebreo di New York, di mezza età, scopre che esiste la morte e, torturato dai dubbi, non sa se tornare dalla moglie, dall'amante o dal suo ragazzo. Il romanzo va avanti pretendendo che il lettore si domandi: il protagonista scoprirà il senso della vita? E lo scrittore avrà finalmente scritto il Grande Romanzo Americano? Ecco, roba del genere non la voglio più leggere. Nel genere fantastico, al contrario, c'è tutto, c'è tutto l'uomo, c'è tutto il bello del mondo, la scienza, l'etica, l'estetica, l'urbanistica, la politica, l'architettura, la musica...».
La quinta leggenda è quella più bella. L'ha raccontata Ray Bradbury nel 2001 e la ri-racconta Margaret Atwood introducendo la nuova edizione di Listen to the Echoes: The Ray Bradbury Interviews (a cura di Sam Weller, Hat & Beard Press, pagg. 224, $ 45), a cinque anni dalla morte del geniale inventore di mondi alieni. Siamo nel 1932, Ray ha 12 anni e non è un gran giorno. Il giorno dopo, infatti, seppelliscono lo zio, quello che lo ha introdotto al mondo di Oz e a quello di Tarzan. Per sconfiggere la tristezza, Ray va al circo. Dentro al tendone c'è un mago, Mr. Electrico. «Quell'uomo creava meraviglie. Era seduto su una sedia illuminata, il suo vestito emanava scariche elettriche. Aveva una spada fosforescente in mano. Mr. Electrico guardò la folla degli spettatori, si avvicinò verso di me, mi toccò il cranio con la spada. I capelli mi si rizzarono e scintille svolazzavano tra le ciglia. Vivi per sempre!, mi disse, profetico, Mr. Electrico». Il ragazzino torna a casa, turbato. «Il giorno dopo avevo il funerale dello zio. Cosa voleva dire quel vivi per sempre?». Il giorno dopo, dopo aver sepolto lo zio, Ray torna al circo. Mr. Electrico è seduto davanti al tendone, sembra attenderlo. Il tizio piglia Ray per mano, lo porta dentro il tendone. «Vidi l'Uomo Tatuato, la Donna Cannone, lo Scheletro Umano e l'acrobata e tutta quella strana gente del circo». Poi, per strada, Mr. Electrico svela l'arcano. «Noi ci siamo già visti, mi disse il mago. Certo che no, gli risposi. Ma certo, disse lui. Tu eri il mio migliore amico che è morto in Francia, durante la Prima guerra, alle Ardenne. Ora sei tornato, vedo l'anima del mio amico nei tuoi occhi. Bentornato nel mondo, amico mio. Da allora, non ho smesso di scrivere».
La leggenda è straordinaria, i fatti sono più banali. Bradbury deve il suo successo agli Jedi. Mi spiego. Bradbury comincia a scrivere presto. A 18 anni fonda una rivista, Futuria Fantasia, illustrata da Hannes Bok, che dura quattro numeri e ora è roba lussuriosa per collezionisti. Quanto a letteratura, ha le idee chiare. Legge Robert Frost e Aldous Huxley, non sopporta Norman Mailer e Kurt Vonnegut, odia «tutta quella spazzatura che c'è in giro e che vende milioni: ha presente Via col vento? Ecco. Storie scritte da donne, per donne in cerca di avventura che devono tenere a bada quelle bestie chiamate uomini». Negli anni Quaranta Ray conosce Leigh Brackett, scrittrice di fantascienza piuttosto affermata, sceneggiatrice fidata per Hollywood (è lei la mente Jedi de L'Impero colpisce ancora). Nel 1946 con una mano la Brackett firma insieme a Bradbury Lorelei of the Red Mist e con la sinistra, con William Faulkner, completa la sceneggiatura de Il grande sonno. Bradbury, questo incrocio fantomatico tra Ernest Hemingway - che adorava - e Neil Armostrong - l'astronauta - è pronto, come si dice, a spiccare il volo. Dal 1946, la data del primo racconto delle Cronache marziane - che poi nella raccolta, edita nel 1950, è l'ultimo, La gita di un milione di anni - al 1951, l'anno de Il gioco dei pianeti e di Fahrenheit 451, si esplicita e si esaurisce la vena narrativa autentica, indimenticabile, di Bradbury. «Non faccio fantascienza», si ostinava a dire a ogni sacrosanta intervista, «le mie storie sono come i miti dei Greci, dei Romani, degli Egizi, sono come i miti della Bibbia».
L'intervista più intelligente, ad ogni modo, Ray la rilasciò a Oriana Fallaci, nel 1968. «Prepariamoci a scappare, scappiamo per continuare la vita su altri pianeti, per ricostruire su altri pianeti le nostre città: non saremo a lungo terrestri!», diceva. «Scordiamo il nostro sistema solare, scordiamo il nostro corpo, importa solo che in qualche modo la vita continui, e con la vita continui la coscienza di ciò che fummo e facemmo e imparammo: la coscienza di Omero, la coscienza di Michelangelo, la coscienza di Galileo, di Leonardo, di Shakespeare, di Einstein! E il dono della vita continuerà in eterno». Così, infine, si realizzerà la profezia di Mr. Electrico, mago lisergico di periferia, che negli anni Trenta profetizzò a Ray, vivi per sempre.



giovedì 12 ottobre 2017

Claudio Magris: è una trappola il lamento di chi si dice debole




Claudio Magris: è una trappola
il lamento di chi si dice debole

Una coppia seduta al ristorante, un battibecco e un conto (sentimentale) da pagare

di CLAUDIO MAGRIS






29 settembre 2017 (modifica il 2 ottobre 2017 | 20:48)


August Macke, At the Garden Table (1914)August Macke, At the Garden Table (1914)
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«Tu non mi capisci». La coppia, al ristorante, è alle nostre spalle, la voce è piuttosto acuta e non origliare è impossibile, anche senza volerlo. La replica non si fa attendere: «Sei tu a non avermi mai capito…». In entrambe le battute la voce è intrisa di amarezza e risentimento, fusi peraltro in una miscela di compiaciuta soddisfazione. Ognuno dei due è ferito, ma è ancor più gratificato dall’essere e sentirsi incompreso. Non solo perché subire o ritenere di subire un torto mette in vantaggio rispetto all’avversario, consente di collocarsi dalla parte dell’accusa e non dell’imputato. All’orecchio dell’abusivo anche se involontario ascoltatore giunge, nel brusio di entrambe le voci, l’eco di un acre piacere, la prevaricatrice convinzione e ostentazione di sentirsi vittima, un’anima sensibile e perciò più debole, ferita da una più forte e dunque prepotente.
Una minima scena del grande teatro del mondo che spettacolarizza la congiura dei finti, anche se sinceri e convinti, deboli per imporsi ai forti o a chi cerca di comportarsi come tale, sudando sotto la fatica del vivere ma senza esibire il sudore per guadagnare la commiserazione e l’applauso del pubblico — in famiglia, sul lavoro, nella sorda guerra quotidiana di tutti contro tutti. La debolezza declamata diventa un’arma, una mossa per addossare il peso della vita a chi non si lamenta e forse per questo viene considerato meno sensibile, giustamente destinato ad accollarsi il carico senza nemmeno riscuotere gratitudine.

Congiura dei deboli, diceva Nietzsche, il quale non ignorava certo la violenza che si abbatte sui veri indifesi, il crudele «impulso annientante» della Storia, come lo chiamava, o anche solo del carrettiere che frusta senza pietà il suo cavallo sfinito, come in quella via di Torino in cui la vista di una simile crudeltà e sofferenza lo travolse in un collasso psichico che era anche uno spezzarsi del cuore. Per congiura dei deboli egli intendeva forse l’ostentazione, l’ideologia, lo sfruttamento della propria debolezza che ne fa il centro del mondo imponendo che lo facciano pure gli altri, forse non meno sofferenti e prevaricati.

Ci sono invece tante persone che dichiarano di essere troppo sensibili per sopportare la vista del dolore e, diceva Bernanos, schiacciano una piccola bestia sofferente per non vederla soffrire. Il debole che vive la propria debolezza come l’unica o la più importante, e vorrebbe che lo pensassero pure gli altri, di cui si infischia. I due, alle nostre spalle, hanno lasciato il tavolo e sono già abbastanza lontani; si sentono le loro voci, ma non le loro parole. Il tono di quelle voci suggerisce che ognuno dei due sta presentando il conto all’altro, senza che gli o le venga in mente di pagare, almeno per la propria parte.








mercoledì 11 ottobre 2017

6 libri del Premio Nobel Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro
Poster di T.A.


6 libri del Premio Nobel Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro


Le "novelle di grande forza emozionale", grazie alle quali l'autore ha avuto il prestigioso riconoscimento, potranno essere acquistate on line


05/10/2017 20:48 CEST | Aggiornato 05/10/2017 20:49 CEST


Giuseppe Fantasia
Giornalista


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Kazuo Ishiguro è il vincitore del Premio Nobel 2017 per la Letteratura assegnato perché nelle sue "novelle di grande forza emozionale ha scoperto l'abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo", si legge nella motivazione ufficiale e lui – visibilmente sorpreso in un'intervista rilasciata alla BBC, ha tenuto a precisare che un premio come questo "arriva in un momento in cui il mondo è incerto sui suoi valori, sulla sua leadership e sulla sua sicurezza". Ishiguro, classe 1954, scrittore giapponese naturalizzato britannico, scrive in inglese ed è famoso soprattutto per "Quel che resta del giorno" del 1989, con cui vinse il Booker Prize e da cui nel 1993 venne tratto l'omonimo film di James Ivory, con Anthony Hopkins.Tra i suoi romanzi più importanti ci sono Un artista del mondo fluttuante (An Artist of the Floating World) e la science fiction distopica Non lasciarmi (Never Let Me Go), da cui venne tratto un film con lo stesso titolo, diretto da Mark Romanek. Due anni fa è uscito il suo settimo e ultimo romanzo, Il gigante sepolto (The Buried Giant), un testo mitologico ispirato ai lavori di Tolkien, con orchi, draghi, giganti e scene di violenza, pubblicato in Italia da Einaudi come tutte le sue opere tradotte in più di 40 lingue.
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Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko, Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti maturava la sua gravidanza turbata. In questo percorso a ritroso nel tempo, Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai, mentre sua figlia affonda nell'angoscia di ricordi troppo crudi. Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno, che suggerisce più di quanto sveli; tutto resta sospeso e irrisolto.
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Ono, narratore e protagonista della vicenda, è stato in gioventù un pittore famoso, ma al mondo estetizzante dell'arte per l'arte aveva preferito quello più concreto del dovere verso la patria, legando così la sua sorte a quella del nascente nazionalismo giapponese. Nel dopoguerra, però tutto è cambiato. Ono ripercorre con un senso di incredulità e incertezza le tappe della sua vita, mentre nel romanzo si intrecciano i temi che lo hanno segnato: l'arte, la politica, l'ambizione, l'incomprensione tra generazioni.
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La prima settimana di libertà dell'irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l'esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, cosi tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge dì aver vissuto come un soldato nell'adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo? Da questo romanzo di Ishiguro, acclamato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e vincitore del prestigioso Booker Prize, nel 1993 il regista americano James Ivory ha tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.
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Shangai, inizio del '900: un bambino, un padre che lavora nel commercio dell'oppio fra Inghilterra e Cina, una madre che si batte per i diritti civili. Londra, anni Trenta: Christopher Banks il bambino di allora, cresciuto nei colleges inglesi dopo la misteriosa sparizione di entrambi i genitori, è diventato il detective più famoso del Regno Unito. Ma l'enigma sulla sorte dei genitori non gli dà pace: ritorna in Oriente per indagare sul doppio rapimento, prima che il mondo precipiti nel baratro del conflitto mondiale. Però la verità che alla fine giungerà a scoprire è molto più banale, e drammatica, di ogni possibile supposizione.
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Il "notturno" in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti, e in senso ampio ispirata alla notte. Nei cinque racconti di questa raccolta prevale l'ambientazione notturna delle scene cardine, la qualità onirica e comunque surreale delle vicende e soprattutto quell'alternanza di toni lievi e toni gravi che contraddistingue anche il genere musicale. Una sinestesia quasi perfetta dunque. Ma con un'importante eccezione: se il rigore della costruzione di parole in Ishiguro assorbe e maschera pressoché del tutto le tempeste della vita, è nel rapporto dei protagonisti di Notturni con la musica che il disagiò si rivela. Il crooner del primo racconto, per esempio, uno di quei vecchi cantanti melodici americani ormai fuori moda, ha alle spalle un passato di successi di cui vorrebbe tanto trattenere qualche brandello. La serenata - ovviamente notturna - che dedica alla moglie a bordo di una gondola, sembrerebbe il romantico pegno d'amore di un gentiluomo d'altri tempi ed è invece il primo atto di una cinica (e un po' ridicola) operazione di restyling.
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Il leggendario re Artù è morto ormai da qualche tempo ma la pace che egli ha imposto sulla futura Inghilterra, dilaniata per decenni dalla guerra intestina fra sassoni e britanni, seppure incerta, perdura. Nella dimora buia e angusta di Axl e Beatrice, tuttavia, non vi è pace possibile. La coppia di anziani coniugi britanni è afflitta da un arcano tormento: una sorta di inspiegabile amnesia che priva i due di una storia condivisa. A causarla pare essere una strana nebbia dilagante che, villaggio dopo villaggio, avvolge indistintamente tutte le popolazioni, ammorbandole con i suoi miasmi. Axl e Beatrice ricordano di aver avuto un figlio, ma non sanno più dove si trovi, né che cosa li abbia separati da lui. Non possono indugiare oltre: a dispetto della vecchiaia e dei pericoli devono mettersi in viaggio e scoprire l'origine della nebbia incantata, prima che la memoria di ciò a cui più tengono sia perduta per sempre. Lungo il cammino si uniscono ad altri viandanti - il giovane Edwin, che porta il marchio di un demone, e il valoroso guerriero sassone Wistan, in missione per conto del suo re - e con essi affrontano ogni genere di prodigio: la violenza cieca degli orchi e le insidie di un antico monastero, lo scrutinio di un oscuro barcaiolo e l'aggressione di maligni folletti, il vetusto cavaliere di Artù Galvano e il potente drago Querig




lunedì 9 ottobre 2017

Nobel Letteratura 2017 a Ishiguro, autore con due patrie

Kazuo Ishiguro
Poster di T.A.




Nobel Letteratura 2017 a Ishiguro,
autore con due patrie 

«Ha scoperchiato l’abisso sotto di noi e il mondo». Così l’Accademia di Stoccolma incorona il narratore britannico di origine giapponese del prestigioso riconoscimento

di LUIGI IPPOLITO, nostro corrispondente a Londra
5 ottobre 2017 (modifica il 5 ottobre 2017 | 22:14)

Lo scrittore britannico Kazuo Ishiguro (Nagasaki, 8 novembre 1954) davanti alla sua casa londinese dopo l’annuncio dell’assegnazione del Nobel (Alastair Grant/Ap)Lo scrittore britannico Kazuo Ishiguro (Nagasaki, 8 novembre 1954) davanti alla sua casa londinese dopo l’annuncio dell’assegnazione del Nobel (Alastair Grant/Ap)
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«Mi sento come un impostore, e mi sento colpevole che tanti altri scrittori non siano venuti prima di me: e penso innanzitutto a Haruki Murakami». Non lesina l’understatement di marca nipponico-britannica Kazuo Ishiguro, lo scrittore fresco di Nobel per la letteratura. Si presenta a un’improvvisata conferenza stampa a Bloomsbury, nella sede della Faber&Faber, tutto vestito di nero, e in una piccola sala stipata di giornalisti e telecamere legge una breve dichiarazione: «È una notizia meravigliosa e del tutto inaspettata. Arriva in un momento in cui il mondo è incerto riguardo ai propri valori, alla sua leadership e alla sua sicurezza. Spero solo che questo grande onore che ho ricevuto incoraggerà, anche in piccola parte, le forze per la pace e la buona volontà».



«Il gigante sepolto» (Einaudi, 2015)
«Il gigante sepolto» (Einaudi, 2015)

Ishiguro, nato in Giappone quasi 63 anni fa ma vissuto fin da bambino in Inghilterra, è noto soprattutto per Quel che resta del giorno, il romanzo del 1989 da cui è stato tratto il celebre film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Un altro adattamento cinematografico lo ha avuto Non lasciarmi del 2005, un’opera distopica e vagamente fantascientifica trasposta sul grande schermo in una pellicola con protagonista Keira Knightley. Lui stesso autore di sceneggiature cinematografiche e televisive, Ishiguro affronta nelle sue opere i temi della memoria, del tempo e dell’autoinganno, mirabilmente incarnati dal maggiordomo Stevens in Quel che resta del giorno.



«Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989), con cui ha vinto il Booker Prize e da cui James Ivory ha tratto il film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson
«Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989), con cui ha vinto il Booker Prize e da cui James Ivory ha tratto il film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson

Lo scrittore racconta ai cronisti di come ha ricevuto la notizia: «Stavo seduto in cucina scrivendo una mail. Mi ha telefonato il mio agente letterario, che stava ascoltando la diretta da Stoccolma, e ha detto: “Stanno annunciando te”. Ma poiché viviamo in un mondo di fake news, non mi sono eccitato troppo. Solo quando la Bbc mi ha telefonato per un commento ho preso la cosa sul serio. Sapete, sono molto all’antica, credo ancora nella Bbc».



Da «Non lasciarmi» (Einaudi, 2005) è stato tratto il film diretto da Mark Romanek
Da «Non lasciarmi» (Einaudi, 2005) è stato tratto il film diretto da Mark Romanek

La vittoria lo ha colto decisamente di sorpresa:«Non avevo mai pensato seriamente che avrei potuto conquistare il Nobel — ammette —. Se lo avessi sospettato, mi sarei lavato i capelli stamattina. Improvvisamente c’era una coda di giornalisti davanti casa, era molto imbarazzante con i vicini, devono aver pensato che ero una specie di serial killer. Non ho avuto molto tempo per pensarci, ma tutto quello che posso dire è che è un onore incredibile, perché il premio Nobel è qualcosa in cui possiamo credere e rispettare: ed è alquanto difficile al giorno d’oggi trovare istituzioni da rispettare».

La motivazione del comitato di Stoccolma parla di «romanzi di grande forza emotiva, in cui l’autore ha scoperchiato l’abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo»: e si fanno paragoni con Jane Austen, Franz Kafka e Marcel Proust. «Amo Jane Austen, è una scrittrice meravigliosa — commenta Ishiguro —. Ma devo dire che se penso al periodo vittoriano Charlotte Brontë è l’autrice che ha avuto più influenza sulla mia scrittura. Recentemente ho riletto Jane Eyre e sono rimasto sorpreso di quante cose ho riconosciuto: ho compreso quanto devo a Charlotte Brontë. Kafka è lo scrittore che ha aperto molte possibilità, tecnicamente e tematicamente: noi romanzieri dovremmo prestargli più attenzione, io ho cercato di farlo in molti miei lavori. Invece parte di Proust la trovo terribilmente noiosa e molto snob, ma quando vuole, sa essere meraviglioso, ed è stato una grande influenza fra il mio primo e secondo romanzo: ho cambiato il mio modo di scrittura per sempre dopo aver letto Proust, perché mi ha insegnato a raccontare una storia per associazioni di pensiero invece che in modo semplicemente lineare».




Molti si chiedono quanto Ishiguro sia inglese e quanto giapponese: il 5 ottobre nella sua terra natale lo hanno festeggiato come se fosse una gloria nazionale. «Non trovo mai una risposta chiara — spiega lui stesso —. Non so cosa significa essere uno scrittore giapponese o britannico: gli scrittori scrivono in quanto individui. È una delle grandi cose della fiction, che rimane un’attività artistica solitaria. I film, il teatro, l’opera vengono creati in maniera collettiva, mentre la scrittura comporta una singola persona che lavora a volte in una stanza solitaria. E abbiamo bisogno di un luogo in cui un solo individuo può comunicare con tanti individui. Ho sempre pensato a me stesso soltanto come a uno scrittore, pur con le influenze del mio background giapponese, britannico e internazionale».
Ma poi, sollecitato da un semi-connazionale, ammette che «molto di come scrivo e di come vedo il mondo viene dalla cultura giapponese. E sono grato di seguire le orme di Kawabata e Oe, gli altri premi Nobel giapponesi. Quando dico di avere influenze giapponesi, è perché sono stato cresciuto da genitori giapponesi in una casa in Inghilterra in cui si parlava giapponese, sono stato preparato per essere un adulto in Giappone, sono rimasto in Gran Bretagna per caso. E mi è stato insegnato a guardare alle cose in una maniera giapponese».
CORRIERE DELLA SERA






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