domenica 17 dicembre 2017

Simonetta Sandri / Genesis di Sebastião Salgado / Inno alla natura e al mondo


Sebastião Salgado




Simonetta Sandri GENESI DI SEBASTIÃO SALGADO: INNO ALLA NATURA E AL MONDO


Pubblicato il 

Brasiliano, figlio di una terra spesso definita come un Paradiso per le sue immense, rigogliose e uniche bellezze naturali, Sebastião Salgado è oggi la vera essenza della fotografia.

Salgado rappresenta, insieme a Yannis Arthus Bertrand e Steve McCurry, l’autenticità dell’essenziale invisibile agli occhi. Il Piccolo Principe avrebbe avuto il mio stesso pensiero osservando le immagini di questi splendidi artisti, pur specificatamente diversi.
Se, come diceva il grande Henri Cartier-Bresson, “è un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa” e ed e’ vero quello che lo stesso ripeteva, ovvero che “le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”, Salgado è l’anima di questa verità, anima dell’anima del mondo, anima che anima il mondo. Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento. Tersicore potrebbe danzarvi intorno, in un magico circolo, insieme a Talia festosa o a qualche altra Musa curiosa. Questi attimi sono e diventano eterni negli scatti dell’artista brasiliano, nel suo bellissimo libro Genesi, scatti che sono stati in mostra all’imponente e candida Ara Pacis di Roma, nel settembre 2013, e che ho avuto la fortuna di ammirare. Da qui l’omonima esposizione aveva raggiunto le maggiori metropoli del mondo, dal 27 febbraio al 26 giugno 2016 è stata anche ospitata da Palazzo Ducale di Genova. Appena terminata, ma resta il libro, da sfogliare e ripercorrere. Non era un caso, forse, che, in Italia, fosse partita da Roma, la luminosa città eterna che ospita le origini, la nascita, la creazione, l’incipit di tutto. Roma che è un punto di partenza per tutti, crocevia della storia e della cultura mondiali. Seducente e esteticamente avvolgente.


Il mondo viene catturato, apertamente, furtivamente, con dedizione e rispetto. Le immagini sono un vero inno alla vita, alla Natura che sopravvive all’Uomo distruttore.
Nato da un’idea della moglie Lélia, fedele compagna, musa e curatrice di ogni grande mostra dell’artista, il progetto, iniziato nel 2004, è frutto di oltre 8 anni di lavoro e trenta reportage. La mostra romana era divisa in cinque parti, quasi il mondo fosse suddiviso in tali grandi aree: iniziando dal sud del Pianeta, l’Argentina, l’Antartico e le sue isole, vi è poi una sezione sulla cocente Africa ed una terza parte dedicata a un certo numero di isole definite “i santuari del pianeta” perché custodiscono una biodiversità particolare (come il Madagascar, la Papua Nuova Guinea e i territori degli Irian Jaya). Seguono poi l’emisfero nord del mondo, che comprende regioni fredde, incluso il Colorado, e la quinta ed ultima sezione, riservata alla viva e felice Amazzonia. Si percorrono l’Amazzonia del Brasile ma anche quella del Venezuela, con le sue magnifiche ed imponenti catene, e in Brasile vengono esposte anche la zona del Pantanal: un habitat di specie faunistiche molto differenziate e importanti.
Il pianeta fragile che ci circonda è rappresentato nella sua bellezza e spettacolarità, con un aperto e onesto invito a rispettarlo, proteggerlo, accarezzarlo, curarlo, recuperarlo, accompagnarlo con immensa cura ed attenzione. In una parola a salvarlo. «Genesi è un modo per dire soprattutto alle nuove generazioni che il Pianeta è ancora vivo e va preservato – ribadisce il fotografo. Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo è ancora intatto, insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia». Lui stesso definisce poi il progetto come «un tentativo di antropologia planetaria». Nato per documentare angoli del globo ancora non aggrediti dall’inquinamento e dall’economia selvaggia.


Attraverso paesaggi marini e terrestri, con immagini mozzafiato degni del più bel film muto in bianco e nero, con colonna sonora imperiosa, ci si sente – e si è – lontani dal mondo moderno e dai suoi ritmi frenetici e rumorosi, abbracciati teneramente solo alla Natura ed al suo silenzio originale. Calma e impeto allo stesso tempo. Una natura degna di un autentico Sturm und Drang, dolce utopia, titanicamente goethiana. Solo da amare.
Fotografo di uomini, basti pensare allo splendido Migrations, che ho avuto visto as Parigi nel 2000, Salgado fotografa oggi, in questa mostra, per la prima volta, altri esseri viventi, desideroso di salvaguardare un mondo di foreste savane e deserti, spesso in pericolo per incoscienza e noncuranza dell’essere pensante. Un incanto lirico e potente, in equilibrio. Allora Salgado aveva contenuto in 300 fotografie e sette anni di lavoro i racconti dei popoli migranti, dei loro travagli e delle loro speranze. Aveva ritratto con maestria un’umanità in movimento, costretta da guerre, discriminazioni razziali, carestie e miseria a lasciare i propri luoghi d’origine per inseguire vaghe speranze di sopravvivenza. Un viaggio a fianco dei nuovi emigranti e degli esuli, attraverso i continenti, dalla disperata e disperante situazione africana, agli aspetti e alle conseguenze del nuovo «urbanesimo», in Asia e in America Latina. Drammi e tragedie che Salgado presentava sempre con grande rispetto e sensibilità e con attenzione particolare alla salvaguardia della dignità dell’individuo ed alla sua sofferenza.


Ascoltare gli sguardi di allora equivale ad ascoltare i suoni ed i rumori della Genesi di oggi. Rispettare quelle grida speranzose e quelle fughe rocambolesche di allora, equivale a rispettare la voglia di equilibrio, di rispetto e di rinascita della Genesi di oggi. Un invito a tutti a ritrovare l’equilibrio delle origini, le nostre e le vostre, quelle dell’intera umanità.
Kapucinski pensava che “un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. in realtà, comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”. Con Salgado abbiamo preso anche noi questo virus, abbiamo percorso i ricordi di un artista che li ha fermati in immagini ma che non per questo non ci incita a non continuare il viaggio.  Perché ogni viaggio ci insegna a rispettare e ad amare storie e sentimenti legati alle meraviglie della Natura che ci circonda, alla ricerca del Paradiso perduto. Seguendo il detto prezioso e saggio dei nostri avi, Festina Lente.





venerdì 15 dicembre 2017

Simonetta Sandri / Iraq, arriva la scouola


Simonetta Sandri

IRAQ, ARRIVA LA SCUOLA!



Mio padre diceva che è brutto essere poveri, perché non si può studiare, e senza studiare non si può fare strada. Enrico Mattei.

L’impegno a sviluppare progetti di sostenibilità, parallelamente alle attività operative, ha per Eni radici lontane. Allora come ora si trattava di collaborare con le comunità e le istituzioni presenti sul territorio offrendo il proprio reale contributo allo sviluppo locale.


La credibilità e la fiducia costruite su tali basi hanno portato all’instaurarsi di relazioni di lungo termine con i paesi in cui si opera, un patrimonio genetico aziendale che è diventato un credo, un modo di essere di uomini e donne Eni. Si andava e si va per restare, per capirsi, dialogare, vivere insieme un’avventura fatta di scambio, rispetto e comprensione reciproca. E se il nostro vicino non vive nelle stesse agiate condizioni nostre, allora bisogna aiutarlo a crescere. La scuola è il primo motore. E l’acceleratore ne sono le strutture, gli spazi dove studiare, scrivere, disegnare, giocare, fare merenda. La scuola chiama, Eni risponde. In Iraq, Eni Iraq BV, in qualità di Lead Contract in Joint Venture, ha costruito, come parte del suo ampio programma di sostenibilità, una scuola primaria (elementare) di 8 classi frequentate da oltre 300 bambine, inaugurata lo scorso mese di marzo. Abbiamo incontrato la direttrice di questa scuola femminile, la Janat Al Barjisia, e il Presidente del Comitato Educazione del Consiglio provinciale di Basra. Entriamo insieme, allora. Piano piano.




giovedì 14 dicembre 2017

Sandra Vásquez de la Horra / El canto del desierto


  1. Sandra Vasquez de la Horra, Tunel, 2015
 Sandra Vásquez de la Horra
EL CANTO DEL DESIERTO

  1. Sandra Vasquez de la Horra, Diva Enmascarada, 2015

  1. Sandra Vasquez de la Horra, El Viaje de Sirius, 2015. Graphite on paper, wax 56x34x20 cm

  1. Sandra Vasquez de la Horra, La Contemplante, 2014. Graphite on paper, wax 78,5x60,5 cm

  1. Sandra Vasquez de la Horra, Draco, 2015

  1. Sandra Vasquez de la Horra, Las devotas novicias, 2014. Graphite on paper, wax 78x57cm

Sandra Vasquez de la Horra, De perlas y Burbujas 2014. Graphite on paper, wax 81,5x61cm





martedì 12 dicembre 2017

Sandra Vásquez de la Horra / La prima mostra personale in Italia

Sandra Vasquez de la Horra, De perlas y Burbujas 2014. Graphite on paper, wax 81,5x61cm

Sandra Vásquez de la Horra

EL CANTO DEL DESIERTO

20 gen — 12 mar 2016 presso la Prometeo Gallery a Milano

Sandra Vasquez de la Horra, De perlas y Burbujas 2014. Graphite on paper, wax 81,5x61cm
Prometeogallery è lieta di presentare la prima mostra personale in Italia di Sandra Vasquez de la Horra: El canto del desierto.
Le opere, disegni e sculture rievocano miti e leggende popolari che provengono dalla tradizione afro-latinoamericana della mitologia Yoruba e attingono al repertorio personale delle memorie e del vissuto dell’artista, in un alternarsi continuo di citazioni ed elementi che richiamano alla cultura europea da una parte e a quella latinoamericana dall'altra.
Nonostante abbia scelto l'Europa come sua patria elettiva l’ opera di Sandra Vasquez de la Horra è profondamente legata alla cultura e all'iconografia della sua terra di origine, il Cile. Con la sua opera l' artista intende superare il concetto di testimonianza storica e antropologica: esprime graficamente la complessità del proprio intimo, il senso di ambiguità, disegnando figure la cui identità resta intrappolata in una sorta di incompiutezza ; esseri morfologicamente e intimamente destabilizzanti all'occhio dello spettatore, situati tra il sogno e la visione, il sacro e il profano, a volte grotteschi e caricaturali, altre volte leggiadri e delicati.
Il processo di produzione dei suoi disegni è esso stesso molto suggestivo. L'artista immerge infatti i fogli di carta nella cera d'api, come fosse un rituale magico che rafforza il potere evocativo di ciò che è rappresentato, e conferisce all'immagine la sostanza materiale e il valore simbolico della reliquia e allo stesso tempo cristallizza il sentimento da cui scaturisce l'opera stessa.
La proiezione di un'immagine mentale, di un luogo dello spirito, diviene icona, capace di trascendere il sentimento individuale della sua indefinitezza sostanziale.





domenica 10 dicembre 2017

La Collina d'Oro di Hermann Hesse / Essere se stessi al di là delle convenzioni


Opera di Hermann Hesse

La Collina d'Oro di Hermann Hesse

Essere se stessi al di là delle convenzioni

5 MARZO 2014, 

Questa valle appare serena e senza ombre, / nel contempo solida e come i cristalli ariosa, / villaggi, pendii, prati si allineano in immagini festose / quasi solo per diletto / quasi solo per bellezza, / intorno al cerchio di luci variate: / gingillo di pittore e poeta, / il mondo sembra consistere solo di luce …
Opera di Hermann Hesse

Generazioni di giovani hanno meditato e sognato su Siddharta, cercando di cogliere il senso della vita, scandagliando nella propria interiorità. Un viaggio nei luoghi dove questo capolavoro è stato scritto, può farcene gustare ancora di più l’inconfondibile fragranza … E’ il sereno paesaggio della “Collina d’Oro” che con il suo tepore quasi mediterraneo, i suoi colori trasparenti, ma anche l’imponente corona di alte vette che la circondano, sembra inverare il meglio dei paesaggi europei e proprio per questo riuscì a sedurre il tedesco-svizzero Hermann Hesse, che qui si stabilì dal 1919 fino alla morte nel 1962. Ma oltre che una natura generosa, questo lembo meridionale del Ticino ci offre paesi che ancor oggi riescono a far convivere la tradizione con la modernità e il percorrerne i viottoli ci fa gustare un sapore di antico e ci può riservare anche la sorpresa di un intelligente inserto di architettura contemporanea.
In questo invitante contesto scopriamo, presso la Torre Camuzzi della frazione di Montagnola, il Museo Hermann Hesse che, oltre a ricordare la permanenza del grande scrittore del Württemberg, è ricco di iniziative mirate a rendere sempre vive e attuali la sua poetica e la sua “filosofia”. Recentemente è uscito un ricco e pratico libro-guida, Con Hermann Hesse attraverso il Ticino, Armando Dadò editore, che unisce l’elemento biografico con quello letterario, geografico e turistico, offrendoci, assieme a un’illuminante antologia di brani dello scrittore, splendidi itinerari nei luoghi da lui percorsi e amati. Ne è autrice Regina Bucher, anche lei tedesca innamorata del Ticino, attuale direttrice del Museo e della Fondazione Hermann Hesse, che sta promuovendo con conferenze ed esposizioni in tutta Europa il “verbo” dell’autore di Siddharta. Con lei abbiamo approfondito alcuni aspetti della figura e della personalità di Hesse e il suo rapporto con la Svizzera ticinese.

Opera di Hermann Hesse

Hermann Hesse vedeva nel Ticino un sud in miniatura, dove la cultura e la civiltà del centro-nord Europa si coniugavano con la dolcezza del clima e del paesaggio "meridionale". E' questo il fascino che la Collina Oro e Montagnola hanno esercitato sullo scrittore?

Sicuramente è anche questo uno dei motivi che ha attratto Hermann Hesse, così come anche molti altri artisti dal nord, come Hugo e Emmy Ball-Heninngs, Peter Weiss, Karl Hofer, Max Frisch, Friedrich Glauser, Gerhart Hauptmann. Hesse non trascorse in Ticino solo un breve periodo né lo frequentò solo per le vacanze, ma visse ben 43 anni e divenne così la sua patria adottiva, l'unica che aveva (dopo il 1936 non mise infatti più piede in Germania). Questo significa che certamente aveva una relazione forte e stretta non solo con Montagnola, ma anche con il Ticino e la sua gente. Lui stesso disse nel 1930: "Infatti amo anche i ticinesi e non solo il loro paesaggio e il clima.
Opera di Hermann Hesse


Lei ha recentemente pubblicato un testo-guida su Hermann Hesse e il Ticino: nella compilazione di questo libro che cosa ha scoperto di nuovo nel rapporto tra lo scrittore e i luoghi della regione?

Il libro descrive 9 itinerari a piedi in Ticino che Hermann Hesse stesso conosceva e percorreva. Esaminare diari, lettere, saggi di Hermann Hesse e identificare i luoghi descritti è stata una ricerca impegnativa ma anche molto interessante. Successivamente sono andata con il fotografo Roberto Mucchiut a scoprire questi sentieri e a verificare se esistessero ancora e cosa fosse cambiato. In più ho aggiunto piccoli approfondimenti con informazioni su amici e su altri temi collaterali. Nuovi aneddoti, insomma, che mi hanno dato una prospettiva diversa sullo scrittore. Hesse era infatti una persona curiosa, ha esplorato molto il Ticino, ammirandone il paesaggio, la cultura, la gente, le chiese. I primi 20 anni lo ha percorso a piedi camminando tanto, poi, più anziano, si spostava piuttosto con l'auto (che guidava la moglie o uno dei figli).

Il pubblico e la cultura locali si rendono conto del tesoro che hanno, ospitando la memoria e la storia di un grande letterato come Hermann Hesse?

Possiamo osservare uno sviluppo. Direi che dopo la morte di Hesse nel 1962 pochi sapevano chi fosse esattamente, e quasi nessuno sapeva che era - e lo è ancora - l’autore di lingua tedesca più letto del Novecento a livello mondiale. Con il Museo Hermann Hesse e la sua ricca attività di eventi, sempre più persone si stanno rendendo conto della sua importanza. Il Comune, il Cantone e altri Enti collaborano sempre di più con il Museo apportando anche un sostegno finanziario. Tra i visitatori vediamo oggi più ticinesi rispetto all'inizio e anche le scuole apprezzano sempre di più le nostre attività. D’altra parte però, è vero che la maggior parte dei visitatori sono pur sempre i turisti.

Quali sono le caratteristiche, le finalità, i progetti e i problemi del museo?

Il Museo è uno dei più visitati del Canton Ticino con circa 15000 visitatori all'anno. Sicuramente è dato dal fatto che Hermann Hesse è conosciuto e letto in tutto il mondo, ma anche il concetto stesso che proponiamo del Museo e la nostra grande disponibilità costituiscono una formula vincente: un ricco programma di eventi, mostre, letture in una atmosfera calda e accogliente, un caffè letterario, una mostra bilingue, visite guidate in inglese, francese, italiano e tedesco, oltre a una grande flessibilità ad aprire il Museo anche fuori orari a gruppi. Tutti questi sono aspetti che ci contraddistinguono e ci fanno apprezzare.

Si è fatta portatrice del "verbo" di Hermann Hesse in Europa, organizzando mostre e conferenze: come viene considerato l'autore di Demian in Europa?

Hermann Hesse è un nome che attrae sempre. Quasi ogni anno organizziamo mostre ed eventi in altri luoghi (ad esempio nel 2012 al Kunstmuseum Bern e a Würzburg/Germania; nel 2013 presso l'Unesco a Parigi, sempre nel 2014 a Stade (vicino ad Amburgo), Bonn e Heilbronn). Negli anni precedenti abbiamo organizzato mostre a Fiesole, a Lucca, ma anche in Spagna, in Giappone e altrove. Tutte le mostre hanno riscosso un ottimo successo e sono state visitate da numerose persone. All'estero molti visitatori scoprono anche Hermann Hesse pittore e di conseguenza, attraverso i suoi dipinti, anche i paesaggi e la bellezza del Ticino.

Lei ha dedicato e dedica la sua attività alla conoscenza e alla divulgazione della personalità e dell'opera di Hermann Hesse: quale pensa sia il suo messaggio più profondo e attuale?

Il suo impegno per la pace, per l'umanità, per la tolleranza, non sono aspetti molto noti ed è impressionante come siano temi attuali per il mondo di oggi. Hesse ha avuto spesso il coraggio di andare contro il sistema e di rimanere fedele alle sue convinzioni (ad esempio già nel novembre del 1914, pochi mesi dopo l'inizio della Prima guerra mondiale, scrisse nella Neue Zürcher Zeitung: "La cultura umana è frutto della sublimazione di impulsi animaleschi in spirituali per opera della vergogna, della fantasia, della conoscenza. Che la vita valga la pena di essere vissuta, ecco il contenuto ultimo e la consolazione di ogni arte, ancorché a ogni esaltatore della vita tocchi pur sempre di morire. Che l’amore sia superiore all’odio, la comprensione superiore all’ira, la pace più nobile della guerra, è cosa che proprio questa nefasta guerra mondiale deve insegnarci, marchiandocene più profondamente che mai". Uno dei messaggi che ha trasmesso con convinzione in tanti suoi scritti come nel Siddharta, nel Lupo della steppa e in altri racconti, saggi e lettere è: sii te stesso, non temere di diventare un outsider, prenditi le tue responsabilità come essere umano.

Hermann Hesse


Lascio la Collina d’Oro nell’incanto del suo misterioso tramonto, convinto di aver scoperto ancora una volta l’originalità e l’attualità dell’arte e del pensiero di Hesse, accompagnato da questi intimi suoi versi: Sul sentiero la felce profuma acre e austera, / già il ghiro nel bosco si sveglia, / … E, suono dopo suono, luce dopo luce, / il giorno si spegne e dagli alberi sgorga, / profumata come resina e miele, greve e densa / la notte, che maternalmente ci placa … Come odora beata la fugacità! / Lo spirito brama il sangue, il giorno / la notte!
WSI

Giovanni Zaccherini


Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.





mercoledì 6 dicembre 2017

La fatica di diventare "grandi" / Una dura prova che coinvolge l'adolescente nella sua totalità



La fatica di diventare "grandi"

Una dura prova che coinvolge l'adolescente nella sua totalità

27 GIUGNO 2015, 

“Non mi sento capita dalla mia famiglia … la mamma non riconosce i suoi problemi, figurati i miei … la nonna ha paura dei ragazzi, ma bisogna socializzare con tutti, invece lei ha paura delle cose che si possono fare, come baciarsi, ecc. In realtà sono cose naturali, io queste cose le vedo, le sento, le vivo e sono costretta a non farle. Sono come in un carcere di massima sicurezza, ma io voglio sperimentarmi … c’è sempre una prima volta, voglio provare cose semplici, buone, non voglio fare la puttana e se corro dei pericoli voglio sapere cosa succede sul mio corpo, non per sentito dire dai telegiornali o da altri … i miei genitori mi devono far provare certe cose, se vado alle superiori e non ho fatto esperienze, le mie compagne mi potrebbero escludere dal gruppo e, conoscendo il mio carattere, mi butterei in situazioni che potrebbero rovinarmi la vita. Ho conosciuto Ricky, è un drogato, mi sono innamorata di lui perché sembra più grande, sono attratta da quei tipi lì … ero una ragazzina normale, ma i miei genitori mi hanno proibito tutto e allora per vendetta mi sono messa in una situazione che è diventata una trappola perché non ce la faccio a togliermi dalla mente Ricky e la sua banda, li voglio conoscere e frequentare come se fossero gli unici della mia razza e della mia lingua … sono sbandata e confusa, non so cosa fare, avrei bisogno di essere capita, ma non blindata…” (Carla, 13 anni)

Queste appassionate parole di una tredicenne esprimono con estrema chiarezza il forte bisogno di realizzare tutte le spinte esplorative che solleticano il corpo-mente di una ragazzina, ma anche tutte le ansie rispetto all’ignoto che emergono quando ci si affaccia alla vita: sono una comunicazione emblematica di come i ragazzi d’oggi vivano con estrema difficoltà il periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Carla tocca con sconcertante precisione anche i nodi cruciali che fondano la questione adolescenziale: il rapporto coi genitori, il bisogno di sperimentarsi per costruire la propria autonomia, la strutturazione dell’identità di genere, l’innamoramento, il confronto col gruppo dei coetanei insieme alla necessità di essere visti, riconosciuti, guidati in questo percorso di formazione, da adulti di riferimento che siano rispettosi, affidabili e non intrusivi. In realtà l’adolescente è duramente impegnato su tre fronti: quello della relazione col suo corpo, con la sua mente e con l’ambiente.
Le trasformazioni somatiche gli propongono un corpo diverso, sconosciuto, che comporta un lavoro di ricostruzione dell’immagine fisica di sé, in quanto la rappresentazione del corpo infantile è diventata anacronistica. Anche la sessualità incentrata sulla genitalità è esperienza nuova da assimilare, prospetta un modo differente di rapportarsi coi genitori, in particolare con quello di sesso opposto e propone una diversa visione dei coetanei che diventeranno oggetto di fantasie amorose, di desiderio e di legame sentimentale, situazione emotiva che, a volte, comporta delle difficoltà perché può essere causa di ansia e di sentimenti di inadeguatezza. Inoltre, il rapporto con l’ambiente si modifica perché l’allontanamento dal nucleo familiare agevola un nuovo scambio col mondo esterno: assumono importanza le relazioni con i coetanei, con altri adulti significativi, con personaggi che diventano portatori di modelli con cui identificarsi.

L’adolescente si trova attraversato da sentimenti inquietanti, angoscianti ed esaltanti allo stesso tempo, poiché sente il proprio corpo ricco di potenzialità, ma anche carico di pericoli. Le trasformazioni puberali introducono, non solo a un corpo sessuato, ma anche al cambiamento psicologico della persona; diventare adulti è una dura prova che non coinvolge solo la fisicità, ma anche la mente, le emozioni, le fantasie, tutto l’essere nella sua totalità. Possiamo immaginare con quali turbamenti i giovani vivano su di sé queste trasformazioni, con quale ansia, sorpresa, paura, speranza, si vedano cambiare: non possono che provare confusione, desideri contraddittori nel trovarsi a gestire un corpo straniero per forma, dimensione e funzionamento e una mente con pensieri spaventosi, indomabili, che li collocano in una dimensione di precarietà e di insicurezza.
La domanda “Chi sono? Cosa sto diventando?” è il tormentone che accompagna come un fantasma inquietante i nostri ragazzi. Allora capita che, sotto il peso di questa preoccupazione, i giovani si ripieghino su se stessi, non partecipino più con affetto e spontaneità alla vita familiare, non amino parlare di sé, sembra quasi che vogliano escludere gli adulti dal loro mondo, mentre preferiscono instaurare con i coetanei quasi un codice segreto di comunicazione. E’ come se avessero disimparato tutte le regole della buona educazione: mangiano male e in maniera disordinata, non sono gentili, non si lavano volentieri, la loro camera è il regno del disordine, appaiono arroganti, oppositivi, imprevedibili, contraddittori, con sbalzi di umore, a volte sono tristi, altre entusiasti, sono irritabili, iperemotivi, permalosi o anche freddi come un iceberg. Alcuni indossano abiti impossibili, sporchi o tagliuzzati, si fanno tatuaggi, si infliggono buchi per adornarsi coi piercing: tutti segni di riconoscimento e di appartenenza al gruppo dei pari e che fungono anche da seconda pelle protettiva. Danno l’impressione che qualsiasi tentativo di riportarli all’ordine o di far loro compiere azioni sensate, da loro abitualmente snobbate o decisamente rifiutate, possa scatenare una catastrofe.


Queste situazioni sono critiche tanto per i genitori quanto per l’adolescente stesso: per non incorrere in inutili lotte che inaspriscono maggiormente i rapporti, è utile capire il significato che sta dietro a questi comportamenti contraddittori. In realtà, esse testimoniano la disorganizzazione profonda del mondo esterno degli adolescenti, che è lo specchio della confusione che si verifica nel loro mondo interno, con tutti i disperati e maldestri tentativi di porvi ordine, e non solo, rivelano anche il bisogno di ritornare al mondo infantile per ritrovare un punto fermo, noto, rispetto al terrore dell’ignoto così imprevedibile e oscuro. La regressione e la disorganizzazione, quando non superano certi limiti, sono, quindi, anche segni di un’adolescenza normale, sono comportamenti specifici di questa fase della vita; ci rimandano alla questione della disarmonia, della confusione, è processo psico-fisico che caratterizza la pubertà e che esprime chiaramente la non omogeneità del percorso di sviluppo.
E’ importante, perciò, che l’ambiente circostante offra ascolto, appoggio, aiuto, orientamento e guida favorendo la comunicazione quando è bloccata pericolosamente; se le relazioni affettive sono congelate o imprigionate in una torre di incomunicabilità, allora la mente e il corpo diventano sofferenti e l’adolescente fatica a crescere o cresce male: occorre aiutarlo nell’impasse evolutiva, cercando di mettersi nei suoi panni, identificandosi con la sua sofferenza e tentando di mettere in parola per lui le sensazioni o le emozioni che non riesce a metabolizzare. Nei casi più complessi e più sofferenti si arrivano a produrre dei comportamenti distonici, asociali o addirittura possono comparire patologie che richiedono trattamenti specifici di aiuto che permettano al giovane di ritrovarsi e riprendere il percorso interrotto per potersi realizzare come persona nella pienezza della sua umanità.
“… ho sognato che mi trovavo in una casa e cercavo qualcosa: vuoi dire che stessi cercando me?”



lunedì 4 dicembre 2017

James Nachtwey / Palazzo Reale a Milano, Italia / 1 dic 2017 — 4 mar 2018


James Nachtwey

1 dic 2017 — 4 mar 2018 presso Palazzo Reale a Milano, Italia

28 NOVEMBRE 2017

Dall’1 dicembre 2017 al 4 marzo 2018 la mostra James Nachtwey. Memoria sarà esposta a Palazzo Reale di Milano. L’attesissima esposizione del pluripremiato fotografo americano, considerato universalmente l’erede di Robert Capa, è laprima tappa internazionale di un tour nei più importanti musei di tutto il mondo.

La mostra propone una imponente riflessione individuale e collettiva sul tema della guerra. Curata da Roberto Koch e dallo stesso James Nachtwey, Memoria rappresenta una produzione originale e la più grande retrospettiva mai concepita sul suo lavoro. Promossa e prodotta dal Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, Civita, Contrasto e GAmm Giunti, la mostra ha come Digital Imaging Partner Canon ed è realizzata con il supporto di Fondazione Cariplo e Fondazione Forma per la Fotografia.

Organizzate in diciassette sezioni, le duecento immagini esposte nelle diverse sale propongono al visitatore un’ampia selezione dei reportage più significativi di James Nachtwey. Da El Salvador a Gaza, dall’Indonesia al Giappone, passando per la Romania, la Somalia, il Sudan, il Rwanda, l’Iraq, l’Afghanistan, il Nepal, gli Stati Uniti (tra cui la testimonianza straordinaria dell’attentato delll’11 settembre 2001) e molti altri paesi e si conclude con un reportage oltremodo attuale sull’immigrazione in Europa: Memoria raccoglie gli scatti con cui il fotografo racconta la crudezza della guerra, la violenza del terrorismo, lo sguardo vuoto della disperazione.


Palazzo Reale

Piazza Duomo, 12
Milano 20122 Italia
Orari di apertura
Lunedì dalle 14.30 alle 19.30
Martedì, Mercoledì, Venerdì e Domenica
Dalle 9.30 alle 19.30
Giovedì e Sabato
Dalle 9.30 alle 22.30

Dati mappa ©2017 Google