domenica 21 gennaio 2018

L'oracolare del tempo / L’infocolare indomito del firmamento

Octavia Monaco. Le Moire, dettaglio Drago

L'oracolare del tempo

L’infocolare indomito del firmamento

23 GIUGNO 2014, 
PAOLA GORETTI


Non ha tempo il Tempo sventagliante, come la freccia del ritorno ritornante nei mulinelli avanzati retrodatando. Ai piedi dell’albero del mondo, nella pancia del tutto dove tutto appare scompare ricompare, tutto appare scompare ricompare da diecimila milioni di anni per divenire flauto sopra ogni cosa e quando è tempo non tornare più, Noi siamo la forma del drago rosso lacca, l’impero del non senso dell’imperfetto, l’elettrizzante perpetuo mobile, il combustibile di combustione, l’avventura slargata fragile, l’arco dell’elegia.

Octavia Monaco. Le Moire, dettaglio Mani

Risuonanti emotive come intemperie naturali, siamo l’improducibile, l’irriproducibile, onda senziente molecolare, canto. Fluido il mattino che si rigonfia quando vien sera, fluida la terra nera dello sprofondamento, la mescolanza del nato nel non nato ancora che ha da nascere, la mescolanza dell’incarnazione. Noi siamo le cose che sono al dunque. Siamo la saldatura, la trinità della paura da mutare nel gaudio dopo la spina, la voglia del diamante del suo brillore inconfondibile. Siamo l’antologia di ogni divinazione, lo sviluppo della divina proporzione, la follia dell’orrore di ciò che verrà dato, la necessità del creato e il non detto dentro al dichiarato. Noi siamo il buio del buio brulicante, il raccordo navigante, la spudoratezza voluminante, l’assorbimento nullificante. Mattanza del ricomporre, luogo di tutti per riparare, sodezza di taglio e commistione degli opposti, dottrina di legamento, annodamento, patimento, slacciamento, Noi siamo il destino del baciamento, l’amorosa visione precipitata dove il prima vien dopo e il dopo c’era da sempre e c’è già stato. Siamo il vaticinare salmodiante, la salvazione da ogni oltre che si dà qui. Noi siamo l’Abbondanza dentro al suo scorrere.
Vestito all’etrusca con cesta di fauno e sgorgo di fustagno, il passato insorge realizzando. C’è un altro uovo in forno, c’è un altro uovo fin dentro al fondo, c’è un altro scoramento, c’è un altro sì di volontà imperiale. Che lo si voglia o che non lo si voglia, c’è un'altra doglia da far nascere, un altro ritrovare. Noi pronunciamo verità liberanti, stabiliamo sanzioni in fasce, portiamo all’estremo movimento, portiamo all’estremo sfinimento, siamo il perpetuo perpetuante, diamo vessilli di civiltà in forza del camminamento, l’esibizione temporanea prima di un nuovo assorbimento, cospargiamo le lacrime di lacrimevole, il bianco di sbiancamento. Siamo vuoto pezzente e sguardo di sovrano, filo d’argento del quaderno di seta, come un fiore di prugno nella stanza del the.

Octavia Monaco. Le Moire

Siamo l’aggraziamento, l’aggraziatura, il principio tuonante di ogni venatura, la posizione dell’aperto in stato necessitante, il libero arbitrio di ogni allaccio, la porta senza porta e l’accademia di ogni spremitura, lo sguardo del vuoto fisso innominabile insormontabile soccorrevole turbinevole, la forma fluente dell’intessuto tutto qui intessente che poi finisce in niente inesistente. Siamo umanesimo dentro gli androni della sera, i portoni del baccanale e il turbinio del fare e del baciare, il labirinto del labirinto del suo sbrogliare, lo scacco d’oro, la spirale dentro al suo evolvere, la rugiada impermeabile, l’ombra che uccide, la campana che incendia, il mormorìo di ogni materia, il fruscìo dentro al nulla.
Siamo il gran libro della culla, il gran libro della cura che schiuma puntuale quando si scrolla, l’odore del serpente, l’angelo, il cosmo, il dente aguzzo delle farfalle, la passeggiata del leopardo sulle onde del mare. Siamo aurora e asciuttezza, schiettezza eterna senza inganno, siamo lo spargimento per gravidanza auricolare, il dispiegamento, la consumazione per mare aperto, il pericolo e l’avvenenza, il fuoco amante ridondante. Noi siamo il divino convincimento dove ci si sfracella, dove ci si affratella, il buio fitto della regalità, l’ardore che viene a nascere, il divino sgomento, lo scaravento senza le gambe del firmamento, la porta senza porta di ogni sbatacchiare illuminevole. Siamo approdo alla grazia dalla follia che più non serve, temperanza, fluidificanza.

Octavia Monaco. X La Ruota della Fortuna

Cadono scaglie, cadono squame pistilli lapilli e il giorno nuovo per sempre ricomincia nei ritornelli a maturazione. Noi siamo l’accasciamento dei rami spezzati, l’accasamento dei fortunati, il movimento distinto che viene soffiando, il soffiamento ricomponibile e la scompigliatura, i sensi che brillano sui seni e fanno male all’impazzimento, la lingua immensa della preparazione, la lingua immensa dell’animazione, la lingua scura dell’animatura, la lingua dell’anima tua tutta. Noi siamo la perpetuanza dell’imperpetuo e diamo corpo al corpo, luce alla luce, femminile alla femmina, maschile al maschio, femmina e maschio alla cova d’insieme, siamo la perturbanza senza armatura e l’arte rara della felicità. Diciamo a ciascuno che si rovesci e poi ritorni al mondo, per ritrovare il violino dentro all’ignoto, per ritrovare il moto dove si trova il ritrovamento e non si spegne il circolante, l’arma più ardente, la musicalità.
Addomèsticati, cuore moribondo. Stai per rinascere e ancora non lo sai, ma tu sarai bellissimo e sarai, sarai ancora dopo la porta stretta. Comincia un tempo nuovo di dolcezza incarnabile dove le cose di prima sono passate e vengono le nuove in gran mutamento di mutanza, vengono in gran sete di via. Salta. Tu salta, salta, salta ancora, salta estenuante, salta senza vertigine, vieni nel distillato, vieni per cavità, esci come un fiore impettito in colorato campo, esci dall’orpello, esci dallo stallo con il tuo grido, che accade davvero quello che tutti poi chiamano vita.
Octavia Monaco. XIIII La Temperanza

Fiamma comandamento, lavati insieme con le figure degli spellati in verbario di rose, verso di noi a spintoni tentennando, vieni. Vieni ancora, vieni sempre, vieni per sempre, che è il per sempre che già ti verrà dato, e non il taglio, non la ferita sbeffeggiante. Fatti comandamento, monumento in supremità che esplode smisurante, scricchiolare congiunto flebile d’amore riparato riparante. Nel tuo rinfrescamento, lo slancio di fulgore della raspanza, l’ellisse tortile dell’evolvere senza ritorno sempre tornante. Tu amami, amaci. Amaci ancora. Dicci ancora di sì. Noi siamo qui, e siamo Tre nell’Uno. L’Uno nel Tre, nel Te, nel centomila di ogni visione e di ogni sosta.
Eccoti il fuso della visione. Ti fileremo senza consumazione un madrigale arcobaleno oracolante nel bocca a bocca, nelle parole del vaticinio che guardano da lontano, gesti d’aria e di luce. L’infocolare indomito di firmamento rinfocolante, gioia fitta della bellezza
dove il niente s’appresta e tutto è qui.

Paola Goretti
Cinquecentista di formazione - Laurea in ‘Storia dell’Arte Moderna’ (Bologna, 1994), Master sul ‘Rinascimento italiano’ (Ferrara, 1995), Diploma di Specializzazione in ‘Storia dell’Arte’ (Bologna, 1998), Borsa Alma Mater - Furla per progetto sulla storia della borsa (1997-98)- si è dedicata per vent’anni allo studio dei sistemi del vestiario di alta epoca, curando mostre, convegni, servizi alla didattica, cicli di conferenze, progetti di integrazione, poi confluiti ne ‘Il sentimento della cura: appunti per un dialogo affettivo’ (Ibis 2004). Professore a contratto di ‘Storia del costume presso Accademia di Belle Arti’ di Bologna (2012-2013) e ‘LUNA. Libera Università delle Arti’ (2004-2009), docente di ‘Scenari’ presso l’’Università dell’Immagine’ fondata da Fabrizio Ferri (Milano 1998-2005) per promuovere l’educazione sensoriale, di ‘Estetica della moda’ (Università di Rimini 2002-2003), di ‘Iconografia teatrale’ (Università di Bologna 1999-2001), visiting professor e ricercatrice per numerose fondazioni, tra cui la ‘Fondazione Ermitage Italia’ di Ferrara (2009-2010) per importanti ricognizioni sul patrimonio italiano a San Pietroburgo, specie su ‘La Galleria delle Belle di Peterhof di Pietro Antonio Rotari’, complesso di 368 dipinti dedicato ai moti sentimentali femminili, ubicato nella Reggia estiva degli zar. È autrice di innumerevoli saggi sul costume di tutte le epoche e di alcuni volumi. Tra questi, ‘Monumenta. I Costumi di scena della Fondazione Cerratelli’, fotografie di Aurelio Amendola (Pacini 2009), premiato dal Club Unesco di Firenze.
Nel 2016, contestualmente all’esperienza di storica dell’arte e del costume, ha inaugurato una nuova carriera di ‘Luminografa’, conseguendo un PhD (Università di Teramo) in ‘Scienze della Comunicazione’ dedicato alle ‘Arti della Luce e dello Splendore’: tra dialogo interculturale, tutela del patrimonio, spiritualità, maturando un intenso sodalizio con Mario Nanni. In occasione dell’illuminazione del ‘Mosè’ di Michelangelo ha moderato l’incontro ‘Michelangelo Buonarroti, illuminare la luce’, con Mario Nanni, Antonio Forcellino, Enrico Ferrari Ardicini, Bologna, 28 gennaio 2017. Ha scritto per ‘Mario Nanni. Luce all’opera’ (Villa Panza di Biumo, 14 marzo – 2 giugno 2013; Skira, 2013) e per ‘Contatto nel godimento delle delizie’ (Sassuolo, Palazzo Ducale, settembre 2017 – gennaio 2018). È co-autrice e moderatrice degli incontri ‘Ascolta, sifaluce’, in corso a ‘Virgola, Museo della Luce’ a partire da novembre 2017.
Responsabile scientifico del nuovo assetto del Museo Venanzo Crocetti di Roma (2013 - 2015), è curatrice di numerose mostre. Tra queste, ‘Venanzo Crocetti e il sentimento dell’antico. L’eleganza nel Novecento’ (Roma, Palazzo Venezia, 2 settembre – 20 ottobre 2013, Allemandi 2013); sezione dannunziana de ‘L’arte della bellezza. I gioielli di Gianmaria Buccellati’ (Torino, Reggia di Venaria, 21 marzo – 24 gennaio 2016, Skira 2015); ‘Octavia Monaco. Inda Angelica Fiamma. Figure della contemplazione’ (Bologna, Nelumbo Asian Fine Arts, 9 maggio – 13 giugno 2015, Nelumbo Edizioni 2015); ‘Kokocinski. La Vita e la Maschera: da Pulcinella al Clown’ (Roma, Fondazione Roma, 17 settembre – 1 novembre 2015, Skira 2015); ‘Giuseppe Mestrangelo. Siamo in rete’ (Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio - Cappella di Santa Maria dei Bulgari, 28 gennaio – 7 febbraio 2016, ArtCity - Arte Fiera 2016); ‘La Passione di Cleopatra. Visioni e Maschere di Arnaldo Pomodoro’ (Bologna, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, 24 giugno – 18 settembre 2016).
Per conferenze, convegni, attività di ricerca ha collaborato con: Dragoco Fragrance New York, Università di Alicante, Università di San Paolo del Brasile, Agenzia Aldo Coppola, Furla, Bondardo Comunicazione, Villaggio Globale International, FMR, Aboca, Vogue Italia, Domus Academy, IBC Emilia-Romagna, Università di Bologna, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna, Musei Civici d’Arte Antica di Bologna, Soprintendenza per i Beni Storici Artistici Etnoantropologici di Bologna Ferrara Forlì Cesena Ravenna Rimini, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Museo Civico Archeologico di Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, Teatro di Villa Aldrovandi Mazzacorati, Scuola Superiore di Studi Umanistici, Genus Bononiae, Smell Festival, Biografilm Festival, Musei Civici di Imola, Palazzo Tozzoni, Università di Ferrara, Musei Civici d’Arte Antica di Ferrara, Palazzo Schifanoia, Palazzo dei Diamanti, Casa della Beata Osanna Andreasi di Mantova, Palazzo Te, Musei di San Domenico di Forlì, MAR, Museo Nazionale Neoclassico di Palazzo Milzetti, Villa Panza di Biumo, Viabizzuno, Panstudio Associati, Lightstudio, Fondazione Cerratelli, Fondazione Ratti, Fondazione Gianmaria Buccellati, Fondazione Kokocinski, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Aurum, Fondazione Ugo da Como, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia, Fondazione Roma, Veneranda Fabbrica di San Pietro, Musei Vaticani.
A partire dal 2013, intenso – tanto sul fronte scientifico che artistico - il sodalizio con la Fondazione ‘Il Vittoriale degli Italiani’. È curatrice della mostra ‘D’Annunzio e l’Arte del Profumo. Odorarius Mirabilis’ (da marzo 2018, in occasione dell’80° anno della scomparsa del Vate) con la scenografia del Maestro Pier Luigi Pizzi. Contestualmente all’esposizione, per il marchio Vidal ha ideato la linea ‘Odorarius Mirabilis: i profumi di d’Annunzio’ comprensiva di quattro fragranze: ‘Aqua Nuntia’, visione dell’antico; ‘Ermione’, gioia spirituale; ‘Divina Musa’, irradiazione del mistero; ‘Il Piacere’, inno alla voluttà, presentata il 1 giugno 2017.
Vincitrice della ‘Biennale Giovani’ (‘Le donne del garbo’, Marsiglia 1990) e del ‘Premio Montale’ giovani (‘Gli arcobaleni sul tappeto’, Scheiwiller 1994), da sempre abbina all’attività scientifica quella artistica, come voce narrante e ispirata paroliera. Ha scritto odi, ballate e oratori per Aldo Coppola (Calendario L’Oréal, 2003), Valeria Scuteri (‘Ballata sopra le mani delle donne’, 2010; ‘Saprà per amore ricomporsi’, 2012); Antica Profumeria Al Sacro Cuore (‘Fior di Pelle’, 2011); Antonio Violetta (‘La Giganta’, 2013); Antonia Ciampi (‘Archivio della Rosa’, 2013); Octavia Monaco (‘L’oracolare del tempo: l’infocolare indomito del firmamento’ 2014; ‘Inda Angelica Fiamma’, 2014; ‘L’Egitto era mia madre. Parto sciamanico in blu’, 2015); Patrizia Garavini (‘Armilustrium: l’Albero Guerriero’, 2014 Aurum di Pescara; maggio 2016, Il Vittoriale degli Italiani); Giuseppe Mestrangelo (‘Luminarie delle Vele’, 2016; per Art City 2016).
Tra le decine di ‘lectures’, ha recitato per Sua Eminenza Venerabile Lama Tibetano Ghesche Ghiampa Ghiatzo (Bologna 1998), ne ‘La Passione’ di Mario Luzi (Ravenna 2000, chiesa di san Francesco, celebrazioni per il Giubileo 2000, alla presenza del Poeta), per ‘Dumìa’ (La Casa del Silenzio, installazione temporanea, Torino 2002) cupola ricalcante il modello di ‘Nevè Shalom/Wahat al-Salaam’, tempio interreligioso costruito alla porte di Gerusalemme, più volte candidato al Nobel per la Pace. Alle celebrazioni indette per “d’Annunzio 150” ha fatto rivivere le pagine dal Vate dedicate a Nicolò dell’Arca (‘D’Annunzio e il vortice del Compianto’, Bologna, chiesa di Santa Maria della Vita, 8 novembre 2013). Ha partecipato alla mostra ‘La Passione di Cleopatra. Visioni e Maschere di Arnaldo Pomodoro’ (Bologna, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, 24 giugno – 18 settembre 2016), nella doppia veste di storica dell'arte e voce narrante; in un preludio scenico dedicato ai versi pronunciati -spirando- dalla celebre regina egiziana.

WSI



venerdì 19 gennaio 2018

Orient Express / Diario d'affari a Istanbul




Orient Express

Diario d'affari a Istanbul

17 OTTOBRE 2011, 
GIÒ BARBIERI


Appena tornato dal mio primo viaggio prettamente commerciale, a Istanbul, fatto con la Dyane 4 ancora in rodaggio e in compagnia di Giorgio Mantovani, mi affretto a vendere tutta la merce e a organizzarne subito un secondo. Giorgio ha preferito spendere il ricavato in montagna, a Sestola con Mara, la sua ragazza. Considerando che siamo sotto Natale, sarebbe più logico seguire il suo esempio. Tuttavia, ho intravisto la possibilità di guadagnare bene viaggiando e voglio approfittare del momento favorevole. Il motivo di tanta urgenza è semplice: dopo le feste i negozi smettono di comprare. Questa volta vorrei poter fare un acquisto più consistente, ma ho bisogno di una cifra di cui non dispongo. Dopo avere chiesto inutilmente un prestito a mio padre, faccio il giro dei colleghi odontotecnici nei vari laboratori. A chi mi presta 50.000 lire prometto un pellicciotto di montone in regalo: con tale somma ne posso comprare tre. Racimolo così 720.000 lire, con un milione si acquista un appartamento!

Decido di fare il viaggio in treno con l’Orient Express che passa da Verona e arriva a Istanbul in due giorni; conto di tornare per l’ultimo giorno dell’anno, il 31.12. 1970. Il viaggio (26 Dicembre). Lascio i sedili posteriori dell’auto a Modena, per guadagnare spazio, e la Dyane nel parcheggio della stazione di Verona. Nello scompartimento sono in compagnia di tre ragazzi di Padova, decisi a passar le feste a Istanbul. Da Belgrado sino ad oltre Sofia le rotaie sono sepolte dalla neve e si procede molto lentamente; arriviamo così a Istanbul la mattina del 28, con una notte di ritardo. La permanenza. Alloggio al Pirlanta Hotel, nell’affascinante quartiere di Sultanhamed. Trascorro la giornata in giro per le fabbriche attorno al Bazaar alla ricerca dei capi più belli, con la solita contrattazione sui prezzi. Saper negoziare è indispensabile da queste parti, per essere rispettati. Il ‘boss’ Doan insiste perché concluda affari con lui, ma la sua merce è scadente. Mi faccio così un antipatico nemico. Al tramonto incontro Nedim con dei ragazzi triestini e passiamo una serata particolarmente piacevole ed allegra in un tipico ristorantino nei pressi dell’albergo. Il giorno dopo i due triestini mi seguono incuriositi dal mio metodo levantino di combinare affari. Incontriamo il frenetico ma attento Yalcin, che mi conduce nella fabbrica degli armeni, dietro al Pudding Shop e, finalmente, trovo ciò che cercavo. Sono sheepskin, pellicciotti di colore marrone scuro o grigio a tinta unita senza ricami, ben conciati, senza odore, ed imbottiti da un bel pelo lungo e soffice. Il prezzo è più alto, ma adeguato alla qualità. Li faccio indossare al mite Yildiz, li esamino accuratamente e scelgo i migliori. Posso comperarne 36 e, con l’aiuto dei fratelli armeni, confezioniamo tre enormi pacchi da 12 pezzi l’uno. Il ritorno (30 Dicembre). In mattinata porto i pacchi alla stazione; Yalcin e i triestini mi accompagnano per darmi una mano, tutti accalcati in un unico taxi.
Al cancello d’ingresso ai binari il controllore non vuole far passare i cartoni, tuttavia, dopo una breve contrattazione e un piccolo obolo il blocco è superato. A disposizione dei viaggiatori europei una sola carrozza senza cuccette. Metto i grossi pacchi sulla rastrelliera portabagagli di tre scompartimenti diversi, poi saluto l’amico Yalcin, che non vuole attendere la partenza perché si commuove, e resto con i ragazzi di Trieste sino a che il treno si muove. Il “vagone europeo” è pieno di freak stravolti di ritorno dall’Oriente, ed è probabilmente questo il motivo per il quale noi siamo accalcati in un’unica carrozza, mentre le altre, riservate ai turchi, sono semivuote: una sorta di apartheid. Giro per i tre scompartimenti nei quali ho depositato i pacchi e le persone con le quali lego subito sono due olandesi provenienti dall’Afganistan, intenti a rollare joint (“canne”) senza sosta; nell’altro scompartimento chiacchiero con una coppia di francesi, appena più lucidi degli olandesi e con un marinaio di Genova che, per qualche strano motivo ha lasciato la nave in Turchia, mentre nello scompartimento successivo trovo una giovane donna greca ed uno studente somalo che parla italiano.
Col buio le conversazioni nel vagone diminuiscono d’intensità e ha inizio il sonno collettivo; comincia l’intreccio di gambe alla ricerca di un proprio spazio per la notte. Vado in perlustrazione nella carrozza posteriore e scopro che è incredibilmente vuota. Meravigliato e felice per avere trovato tanto posto a disposizione, mi sdraio sul sedile del primo scompartimento con l’intenzione di rilassarmi un po’, ma la stanchezza e il dondolio del treno fanno il resto: mi addormento profondamente. Mi sveglio di soprassalto, il treno è fermo e intravedo la stazione di un paesino scarsamente illuminato. Assonnato e stanco mi rimetto a dormire tranquillo. Dopo un’ora o forse più, mi risveglio ed il treno è di nuovo fermo. Mi affaccio e vedo lo stesso tetro paesino di prima. Colto da un atroce sospetto, scatto in piedi e faccio per ritornare nella carrozza ‘europea’, ma il treno non c’è più, è sparito!? Il vagone nel quale mi trovo giace abbandonato tra i binari di questa sconosciuta località.
Al pensiero che la mia merce stia viaggiando da sola, diretta chissà dove, vengo colto da un fremito di terrore. Raggiungo il piccolo ufficio nella baracca che funge da stazione e, senza bussare, entro esagitato chiedendo: “Dov’è il treno?”. L’impiegato che sta scrivendo mi risponde seccato per essere stato aggredito senza garbo: “Quale treno”, come per dire “che accidenti vuoi?”. “Il treno, quello di quel vagone laggiù”, soggiungo, indicando col dito. Mi spiega con forzata calma che quel vagone è stato staccato ad Edirne un paio d’ore prima e portato qui da una locomotiva e aggiunge: “Il treno ora è in Bulgaria”. “E qui dove siamo?”, insisto. Mi indica una vecchia mappa della zona attaccata alla parete in legno. Sono in un punto cieco, un deposito sperduto al confine con la Grecia. Da qui non c’è nessun mezzo per Edirne; l’unica possibilità è l’autobus delle sei che parte dal villaggio distante cinque chilometri. Ora sono quasi le cinque, fa freddo e tira un vento boia. Continuo a distogliere l’impiegato con domande incalzanti, gli chiedo se c’è qualcuno con la macchina, se posso telefonare qui e là, sino a quando non mi dice in modo fermo e inequivocabile di lasciarlo in pace, invitandomi a uscire dall’ufficio.
Appena fuori, trovo un altro impiegato che mi indica la via da seguire per il paese e mi consiglia di chiedere aiuto presso un convento di preti europei che si trova poco più avanti. Lo stradone è in terra battuta, trasformato in pantano dalla pioggia del giorno prima: non c'è illuminazione, il cielo è coperto e non vedo neppure dove metto i piedi, che troppo spesso affondano in buche piene d’acqua. Trovo il convento, sopra la porta c’è una lampadina molto flebile, sorretta da un piatto in metallo che col vento sbatte ad intervalli regolari contro il muro; l’atmosfera è quella lugubre, tipica dei Balcani. Busso, urlo, fischio, faccio più rumore possibile, ma nessuno sembra udirmi, così mi rassegno a fare la strada a piedi, a tratti anche di corsa, per non arrivare tardi. Arrivo al paese proprio quando l’autobus sta per partire. Spunta l’alba. Il veicolo pare fermo tanto è lento: ho in testa i tempi del ritardo rispetto al treno e vorrei poter volare.
Finalmente sono a Edirne, dove la notte scorsa è avvenuto il distacco del vagone. Possiedo solo delle monete italiane, le banche sono ancora chiuse e non ho nessuna intenzione di attendere immobile la loro apertura, ma per raggiungere il confine, distante 18 chilometri, occorre un taxi. Salgo su di un taxi, spiego che è importante per me raggiungere il confine e che posso pagare solo con lire italiane, ma l’uomo non accetta. Ripeto la storia con qualche modifica ad un secondo taxista, ma non funziona ugualmente, così salgo deciso su un terzo taxi, posteggiato nell’angolo opposto della piazza, e ordino: “frontiera”. Il driver avvia il motore, magari convinto che, siccome non ho neanche contrattato sul prezzo, com’è d’uso, non bado a spese. Strada facendo gli racconto il motivo della mia fretta per vedere di coinvolgerlo e prepararlo al colpo. Mi faccio portare fino alle sbarre, scendo, gli metto in mano 700 lire di metallo più alcune lire turche e, mentre attraverso il confine, sorridendo gli dico: “mi spiace, ho solo questi, fatteli cambiare, sono buoni”. Mi guarda perplesso, mi chiama con un debole fischio, ma non è arrabbiato. Mi volto e gli urlo: “te li porto la prossima volta”, lui li conta e va via rassegnato. Bravo taxista, in certi momenti si ha bisogno di comprensione e nient’altro. L’inseguimento (31 Dicembre).
Entro alla dogana turca, qui mi dicono che i bulgari non fanno passare nessuno a piedi, allora chiedo di fare un salto all’ufficio immigrazione della Bulgaria per ottenere il permesso di transitare in autostop, vista l’eccezionalità del caso. Qui spiego, per l’ennesima volta, l’accaduto, ma poiché per dire “sì” muovono la testa in senso orizzontale e per dire “no” in verticale, in modo opposto al nostro, facciamo parecchia fatica a capirci. Una volta afferrato il problema, i funzionari prendono in mano la situazione con la pesante lentezza burocratica che li contraddistingue. Suggerisco di telefonare alla stazione di Sofia, di spiegare la faccenda e far scaricare i pacchi, cosicché io possa raggiungerli. Di malavoglia, compongono un numero della capitale e cominciano a fare delle urla incredibili alla cornetta, ma non si capiscono, mentre mi osservano terribilmente infastiditi, come se fossi uno da bastonare prima e mettere in galera poi, colpevole di obbligarli a lavorare. Ben presto si stancano e se ne lavano le mani. Decidono di accompagnarmi alla stazione di Svilengrad, distante 13 chilometri e mettermi sul treno, poiché è proibito chiedere passaggi alle auto. Cambio i soldi e mi chiamano un taxi; i militari ci seguono in camionetta.
Giunti alla stazione mi ‘scaldo’ di nuovo cercando di spiegare che in questo modo non potrò mai raggiungere il “mio treno”, che mi precede ormai da cinque ore, così i funzionari locali riprendono in mano il telefono e ripetono la scena di poco prima: tante urla e nessun risultato. Mi viene in mente la rete telefonica del Cairo fatta dai sovietici, certamente identica a quella bulgara, coi cavi ricoperti in gomma e perciò completamente erosi dai topi e quindi fortemente deficitaria. Mi obbligano ad acquistare il biglietto fino a Sofia e infine tre poliziotti altezzosi mi accompagnano al treno e se ne vanno. Siegfried il Magnifico. Salgo da una parte del treno e scendo dall’altra, quasi subito. Faccio un giro lunghissimo per evitare di essere visto ed esco dalla stazione. Cammino poi per un paio di chilometri in direzione opposta al confine, in modo che la camionetta di scorta non possa incrociarmi. Di automobili ne passano pochissime, una ogni 15-20 minuti e sono sempre stracariche di gente, ma è l’unico mezzo col quale possa sperare di raggiungere quel carico acquistato con soldi non miei.
Dopo quasi un’ora, passa un maggiolino Volkswagen con targa tedesca, l’autista mi sorpassa, stagna, ingrana la retromarcia, chiede dove vado e mi fa salire. Gli domando subito dov’è diretto: “Munchen”. Colpo di fortuna insperato. Gli racconto la mia storia e gli propongo uno scambio: se accetta di andare sparato fino a raggiungere l’Orient Express gli pago la benzina. Siegfried è felice di accettare, anzi, gasato com’è, prende la cosa talmente a cuore che, quando attraversiamo i paesini, non rallenta l’andatura, anzi fa addirittura cigolare le gomme nelle curve. Siegfried abita a Monaco di Baviera, dove gestisce una boutique di moda. E’ un ragazzo semplice, alto, biondo ed estroverso, come può esserlo un suonatore di piatti di una fanfara, e anche un tantino bizzarro: è andato ad Istanbul con gli sci sul portapacchi perché, sulla strada del ritorno, finge di essere stato a sciare in Austria e spera così di evitare il controllo doganale sui cinque soprabiti di pelle acquistati in Turchia. Immagino la scena coi doganieri tedeschi e lui pare divertirsi di gusto: “Lei finge di essere stato a sciare, lei viene dalla Turchia, tutti quelli che hanno gli sci vengono dalla Turchia!”.
Attraversiamo con la solita spinta un altro centro abitato; sulla strada principale c’è un fuggi fuggi generale e, ad una curva, è costretto a frenare di colpo per evitare d’investire una coppia d’anziani. La gente coglie l’occasione per maledirci alzando le braccia, ma Siegfried riparte subito facendo stridere le gomme. Nell’ultima curva, all’uscita del medesimo paese, il tedesco “sbaglia un ponte” e finiamo giù per l’argine sassoso del fiume con le ruote anteriori nell’acqua. Senza fiatare, inserisce la retromarcia e risale l’argine fino a tornare sull’asfalto. Da un lato gli sono grato per la solerzia, dall’altro rimango perplesso, tuttavia, nel mio caso specifico meglio di così non poteva andare. Arriviamo a Sofia che il treno è già passato, ma nessuno sa dirci da quando. Qui Siegfried si distrae un po’ e rivela una natura da playboy poiché si mette alla ricerca di una ragazza che ha conosciuto l’anno prima, della quale, però, non ricorda l’indirizzo. Naturalmente per me è solo una perdita di tempo. Mi mostra la foto della sua ragazza di Monaco, che lui considera bellissima.
Andiamo poi in un ufficio del centro, dove dovrebbero essere informati sul “nostro treno”. Per accattivarsi la simpatia dell’impiegato mostra pure a lui la foto della sua ragazza; il bulgaro lo guarda preoccupato e ci manda da una giovane impiegata. In sua presenza Siegfried, anziché sedersi sulla sedia, si appoggia mollemente nell’angolo della scrivania sfoderando tutto il suo fascino in modo plateale: una scena comune nei film di Hollywood, proibiti in Bulgaria. Fa questo per mostrarmi che ci sa fare. Apprendiamo che purtroppo il treno è ormai in Jugoslavia; facciamo il pieno e ripartiamo per il nostro folle inseguimento. Anche alla dogana bulgara Siegfried estrae la foto della fidanzata e la mostra ai funzionari: ormai è una prassi quasi d’obbligo. Giunti a Belgrado, nell’ufficio del capostazione ci dicono che il treno è già partito. Arriviamo a Zagabria attorno alle 20, la stazione è grande ed affollata ovunque. Chiediamo in giro, ma Siegfried ha sempre quella foto tra le mani e la gente non capisce se cerchiamo un treno o una ragazza. Alcuni controllori dicono che il treno è già partito, altri che è ancora in stazione, ma non sanno dove.
Nel binario prestabilito c’è un altro treno. Siegfried vuole convincermi ad andare assieme fino a Lubiana per anticiparlo; mi metto invece a discutere con uno studente giordano di Irbid che, con calma e metodo, ci aiuta a trovare il treno in sosta in un binario diverso da quello indicato nel tabellone. Salgo ansioso sul “vagone europeo”: i pacchi sono là, intatti, al loro posto. Avere superato dogane così fiscali senza la presenza di un proprietario ha del miracoloso. I francesi sono i primi a vedermi e, stupiti, mi chiedono dove sono stato, preoccupati per la mia misteriosa scomparsa. Scendo a salutare Siegfried, che appare quasi dispiaciuto di perdere la compagnia. Mi dà il suo indirizzo e vuole il mio; dice di andarlo a trovare che è pieno di donne, così mi farà conoscere anche la sua ragazza! Il treno riparte, i francesi e gli olandesi, che prima non si parlavano, ora giocano a carte assieme, gli altri, invece, stanno sempre per conto proprio. Il viaggio prosegue tranquillo fino a quando il marinaio genovese, che ha molta voglia di fare lo spiritoso, entra nello scompartimento della giovane donna greca e, approfittando della sua incredibile timidezza, cerca di toccarla. Il somalo e io assistiamo alla scena interdetti. Lo accusiamo di essere una bestia, poi il somalo si siede accanto a lei quasi per proteggerla.
A Lubiana, i due decidono di scendere, sembrano essersi affezionati. Ormai siamo in prossimità della frontiera italiana e sorge il problema della dogana, che vorrei eludere per evitare la spesa e per le lungaggini burocratiche, dal momento che mi obbligherebbero a scendere e attendere l’apertura degli uffici. Chiedo ai francesi se possono dichiarare che i pacchi appartengono a loro che sono in transito verso la Francia, ma, giustamente, rifiutano perché temono che glieli segnino sul passaporto. Arriviamo a Trieste che è quasi mezzanotte. E’ Capodanno e il servizio di vigilanza è ridotto al minimo. Il doganiere ha talmente poca voglia di lavorare che non si accorge, o non vuole accorgersi, dell’esistenza dei tre mastodontici pacchi ed io così passo senza problemi. In prossimità di Verona preparo i cartoni nel corridoio e nella breve sosta alla stazione chiamo un facchino, che mi rimprovera perché secondo lui non si può viaggiare con pacchi tanto ingombranti. La strada è ghiacciata e dopo qualche slittata arrivo a casa di Siria, che mi sta aspettando per festeggiare assieme l’anno nuovo. L’iniziazione. Da allora, per due anni ogni quaranta giorni andavo a Istanbul: duemila chilometri andare e duemila a tornare, sempre con indicibili complicazioni d’ogni genere da risolvere, ma ancora oggi traggo beneficio da quei commerci.






giovedì 18 gennaio 2018

The record is broken / Guinness World Records / Seconda parte


Benvenuti alla Base Aerea Antartica

The record is broken!

Guinness World Records. Seconda parte

17 SETTEMBRE 2011, 
GIÒ BARBIERI


Martedì 23 novembre, come da copione, arrivammo a Miami (Nord America) via Parigi e il giorno successivo al caldo estivo di Buenos Aires (Sud America): sesto continente per Giorgio. Ma il viaggio, quello vero, per noi iniziò soltanto il 25 a Ushuaia, la città più australe del mondo. All’arrivo trovammo pioggia, vento e monti innevati tutt’attorno. A parte il lungomare, che scorre lunga la baia, le altre strade parallele, come la principale Calle St. Martin, sono in salita e in posizione panoramica. Il taxista indio ci condusse nella pensione prenotata da Modena via Internet, dov’era specificato “posizione centrale”. Era a ben “33 quadre” dal centro, su per una strada sterrata e triste: rifiutai con garbo, anche se occorre sottolineare che qui la gente è particolarmente graziosa, d’indole gentile, mai incline a fare discussioni di tipo litigioso. Comunque, era la prima volta che prenotavo un alloggio e credo proprio che continuerò in tal senso. Tramite l’ufficio del turismo, in pochi minuti trovammo posto presso la Familia Velasquez (tripla per 16 euro), un piccolo ed ospitale Alojamento ad “una quadra” dal centro: ambiente spartano, genuino, frequentato da viaggiatori di svariate nazionalità. L’atmosfera in città è briosa e stimolante, vagamente pionieristica: da 10.000 abitanti, in meno di 15 anni sono diventati 120.000, con un incremento demografico impressionante. Una sterminata periferia fatta di case semplici, non baracche. Il clima varia di continuo, ma non fa quel freddo che temevamo; c’è stato però spiegato che col vento forte la temperatura di +1 è percepita come –14.
Dopo la foto d’obbligo al famoso cartello con su scritto “Ushuaia, el final del mundo”; la visita al Parque Nacional Tierra del Fuego, che racchiude “Susana", l’ultima collina della cordigliera delle Ande ed il punto in cui termina la mitica Route 3, quella che conduce a Buenos Aires, sabato 27 alle 16 c’imbarcammo sulla nave russa Grigoriy Mikheev diretti in Antartide. Qualche ora di navigazione lungo il canale di Murrey e breve sosta a Puerto Williams, nel settore cileno, dove salirono a bordo i fondatori della spedizione “Antarctica XXI”, tra cui il console inglese John Rees, e diversi ospiti di prestigio, come il simpaticissimo Governatore di Patagonia e Antarctica, Eduardo Barros, grande animatore e suonatore di chitarra. Qui salì anche stampa e televisione nazionale per un’intervista sul Guinness di Giorgio. Il team della spedizione, capitanato dall’esperto Mitchel Sallaberry, expedition leader docente di Biologia all’università di Santiago, era altamente qualificato e interamente bilingue: spagnolo e inglese. Le sistemazioni e i dettagli erano quelli di una crociera di lusso: camere capienti, fornite di ogni comfort moderno, e cucina a cinque stelle diretta dal capace Phill, australiano di Perth. Il nostro gruppo di passeggeri e assistenti era composto da una ventina di persone in tutto, rapidamente affiatati.
La mattina del 28 ci svegliammo in mezzo a un ventoso, ma quieto Mare di Drake. Durante una delle lezioni sul continente bianco, che regolarmente scandivano le giornate di bordo (flora, fauna, spedizioni, storia, etc.), apprendiamo che giornate col mare calmo come quello odierna sono rare: è molto più frequente che onde alte quindici metri spazzino la coperta della nave, in quanto il “passaggio di Drake” è famoso per essere il mare più tormentato del pianeta. Ecco, questo particolare in Italia non me lo avevano detto, anzi...
Il 29 apparve addirittura il sole e tutti ringraziarono la buona sorte. Una giornata stupenda, trascorsa a scattare foto all’aperto; quando poi ci apparve il primo Iceberg in lontananza ed il comandante russo annunciò di cambiare rotta al solo scopo di passargli accanto per mostrarcelo da vicino, ci fu un grido di assenso generale. Non avevo mai visto niente di simile, di più candido, da ipnotizzarci per lo splendore: pareti verticali di ghiaccio bianchissime, bordate da sfumature azzurrognole, con forma e dimensioni che mi fecero pensare ad una gigantesca portaerei (solo il 20% del volume emerge dall’acqua). Quella visione paradisiaca, che ci trasmise tanta euforica energia, sarebbe ben presto divenuta normale, con numerose isole di ghiaccio galleggianti su tutti i lati. In prossimità della costa, formata da terre emerse e ghiacciai, il cielo tornò plumbeo, con colpi di luce stranissimi, mai visti prima; alle 20 la nave si fermò in una baia spettrale, in lontananza erano visibili alcune case gialle simili a vagoni ferroviari; scese a terra il capitano per formalizzare il consenso alla visita, anche se via radio la base era già stati avvisata del nostro arrivo.
Salimmo tutti sui gommoni e alle 21, dopo 51 ore di traversata, toccammo così terra in Antartico, alla Polska Wyprawa Arctowski "Polar Pioneer", la stazione dei biologi polacchi della Polish Academy Of Sciences. Alla stazione, collocata in una striscia di terra bagnata sui due lati e frequentata da pinguini che vagano tra carcasse di balena, ci accolsero con un party in nostro onore. Per l’occasione, stupende canzoni e poesie improvvisate furono dedicate al piccolo Giorgio e gli venne perfino consegnato un diploma per avere attraversato il famigerato mare di Drake. Ma la reazione più sorprendente è stata quella dei pinguini, che non avevano mai visto un umano così piccolo: dalla riva sono corsi da Giorgio, lo hanno circondato e si consultavano tra loro come dei bambini incuriositi, perplessi. Giorgio li guardava, ascoltava, tranquillo come un pinguino. Erano circa alti uguali, si guardavano negli occhi. Ci trovavamo in un’area geografica di particolare interesse nota come la Penisola Antartica, una larga striscia di terra a forma di “S” situata tra il 55° e il 77° Ovest. Questa è l’estremità più settentrionale e la più vicina ad altri continenti, e pertanto la più accessibile per essere visitata. Per questo motivo è stata nel passato la più importante porta d’accesso per i cacciatori di foche, di balene e per gli esploratori, ed è attualmente la più ricca di tracce storiche del passato e di basi scientifiche.
Tornammo sulla nave verso mezzanotte, il mattino seguente la spedizione si spostò alla base aerea cilena Eduardo Frei, sistemata nella parte occidentale della King George Island (una baia condivisa con la stazione di ricerca russa e quella cinese, un’unica costruzione di colore blu: “le condizioni estreme rendono naturale il concetto di fratellanza”), molto più grande e diversa dalla precedente: un villaggio abitato da 46 anime, perlopiù militari, con tanto di ufficio postale, la chiesa cattolica, quella ortodossa, a destra sul dirupo, ed un chilometro più all’interno un albergo d’emergenza, coi letti a castello, accanto all’hangar e alla pista aeroportuale, da dove, tempo permettendo, avremmo dovuto partire nel primo pomeriggio. Tornati sulla nave col solito gommone nero, che qui chiamano zodiac, facemmo appena in tempo a mandare un messaggio alla redazione della Guinness (GWR) di Londra (“ …yesterday Giorgio landed in Antarctica and broke the record!”), che un improvviso blackout causato dalla tormenta ci scollegò dal resto del mondo.
L’aereo da Punta Arenas non arrivò. Un rischio calcolato: nelle coincidenze di aerei e bus per il ritorno a casa avevo preventivato un paio di giorni di ritardo. Se il ritardo fosse stato maggiore, allora il rientro si complicava notevolmente, ma per il momento non potevamo che gioire per il prolungarsi di una straordinaria vacanza forzata, tra l’altro gratuita: tutti noi usufruivamo dei servizi destinati al gruppo che avrebbe dovuto darci il cambio, anch’esso però bloccato dal cattivo tempo. Giorgio intanto si muoveva sempre più liberamente tra le sale della nave, ben riscaldate e dai pavimenti ricoperti di moquette, coccolato da tutti come la vera mascotte della spedizione. In una delle ormai consuete free session musicali del dopocena, restammo tutti colpiti dalla bravura di Gabriel, un giovane assistente di Antarctica XXI, che si esibì prima col suono tetro e gutturale della lunga pipa usata dagli aborigena australiani e poi riprendendo con la gola lo stesso suono apparentemente inimitabile, dalle origini decisamente misteriose ed ancestrali.
Dal ponte radio con la base cilena, la mattina del primo dicembre apprendemmo subito che l’aereo non sarebbe arrivato neppure oggi; alcuni cominciarono a dare segni di nervosismo, ma io rifiutai di preoccuparmi, ripagato e cosciente del privilegio di vivere in diretta il maestoso universo del continente bianco. Poco dopo, una coppia di balene a fior d’acqua sbatté le gigantesche pinne a pochi metri da noi. Giunse poi la proposta del bravo capo spedizione, accolta positivamente dal comandante, di allungarci fino a Robert Island, l’isola più orientale delle South Shetland Islands: un’escursione che avrebbe reso questa giornata unica e indimenticabile. Passammo al largo della base coreana, superammo Nelson Island tra ghiacciai ed iceberg sparsi dovunque, ed arrivammo a destinazione in un luogo sbalorditivo, “il più remoto tra i remoti”, che ci donò la magica sensazione di trovarci su di un pianeta a parte, per il paesaggio tipicamente polare, dalla natura prepotente, e per la quantità di fauna per noi insolita e divinamente affascinante.
Elefanti marini grossi come ippopotami, sparsi a gruppi un po’ dappertutto, baie occupate da gremite colonie di pinguini e grossi uccelli che nidificavano ad ogni passo, tanto da obbligarci a fare attenzione per non pestarli: l’albatros, facilmente riconoscibile per l’apertura alare di oltre tre metri, il cormorano, il gabbiano dominicano, il predatore skua e altri. Una meraviglia. Quando avvertii l’esigenza di entrare in sintonia con l’ambiente, subito mi accorsi che soltanto gli occhi di Giorgio riflettevano la purezza di quel continente e all’improvviso tutto si capovolse: “Non ero più io a tenere la sua mano, ma lui a tenere la mia; non ero io a coccolarlo, ma lui a coccolare me”. Ero nel suo mondo.
Le condizioni antartiche non sono favorevoli allo sviluppo di forme di vita complesse, a causa delle basse temperature, della diversa distribuzione della luce nell’arco dell’anno e la presenza dello strato di ghiaccio che copre il 89% del territorio; per queste ragioni la presenza animale è concentrata lungo le coste, dove si trovano la maggior parte delle superfici libere dal ghiaccio e condizioni climatiche meno severe. I mammiferi e gli uccelli marini formano i due gruppi più grandi della fauna superiore antartica: fra i primi si possono distinguere i Pinnipedi (foche e leoni marini) ed i cetacei (balene, orche e delfini). Le caratteristiche principali dei pinguini sono l’incapacità di volare e il totale adattamento all’ambiente marino, anche se essi passano una parte considerevole della loro vita a terra, dove si svolgono i loro cicli riproduttivi. Delle svariate specie presenti, il più grande è l’imperatore, che raggiunge il metro e venti d’altezza. A un paio d’ore dallo sbarco a Robert Island ebbe inizio una forte bufera di neve antartica ed io, memore dell’escursione precedente, con naturalezza estrassi il mio mini ombrello da viaggio per coprire la videocamera: una mossa geniale, ero l’unico ad avere la “finezza” dell’ombrellino, visione che stupì i membri della spedizione, a tal punto che la sera stessa composero una canzone dal titolo El primero paraguas de isla Robert.
La mattina del 2 dicembre eravamo di nuovo alla base cilena di King George Island, poi ancora una bufera che obbligò tutti ad un rapido rientro in nave. Dell’aereo non si sapeva più nulla e comunque ormai avevamo perso tutte le coincidenze di bus e aerei per il rientro a Buenos Aires, da dove il 4 alle 23 avremmo dovuto volare in Italia. Non arrivare in tempo sarebbe corrisposto ad un dispendio d’energie e valuta considerevoli. Le condizioni climatiche dell’Antartide, che la rendono una delle aree più inospitali del globo, sono determinate dalla sua posizione geografica estrema: a causa della vicinanza delle terre sud-polari all’asse di rotazione terrestre, l’angolo di incidenza delle radiazioni solari e quindi al loro intensità, sono minimi. Il Circolo Polare Antartico (66°33’) rappresenta la linea al disotto della quale, durante il solstizio d’estate, il sole non tramonta mai, mentre durante il solstizio d’inverno non sorge mai. La temperatura più bassa che si sia mai registrata fu misurata nel 1983 dalla base russa Vostok, situata nella pianura polare: -89,6°C. La parte nord della Penisola Antartica, meta dei principali itinerari turistici (dove eravamo noi), è l’unica regione che goda di un clima temperato, con una temperatura media invernale di -9°C.
Alle 15, nonostante il tempo peggiori di ora in ora, saliamo tutti sugli zodiac diretti a terra. Da qui, un gippone ci conduce all’hangar, dove accanto si intravede la sagoma di un aereo appena atterrato, spazzato da raffiche di vento e neve. Le foto di rito e poi tutti sull’aereo che alle 17:40 inizia a rollare su di una pista ghiacciata; il tempo torna bello sopra Capo Horn ed alle 20 atterrammo a Punta Arenas col sole. I fondatori di Antarctica XXI ci mandarono un auto all’aeroporto, ci invitarono a cena nei lussuosi saloni barocchi dell’Hotel José Nogueira, di loro proprietà, e la graziosa Cori lavorò fino alle 2 e mezza di notte per trovarci un volo, che l’indomani mattina alle 7 ci portò a Buenos Aires via Santiago; i biglietti da Rio Gallegos acquistati in Italia erano da gettare. Il 5 eravamo a Miami e il 6 a Modena, come da copione.
Il record è stato ottenuto con 20.000 km di viaggio via terra (2 viaggi di 2 mesi ciascuno: uno in Asia e l’altro in Africa), 16 voli aerei (dei quali 8 intercontinentali), 4 traghetti e una nave oceanica per 6 giorni.




mercoledì 17 gennaio 2018

The record is broken! / Guinness World Records / Prima parte


Ushuaia, la "fine del mondo"

The record is broken!

Guinness World Records. Prima parte

17 AGOSTO 2011, 
GIÒ BARBIERI

Alle 21 del 29 novembre 2004 Giorgio Barbieri, all’età di 1 anno, 9 mesi e 29 giorni, è sbarcato sull’isola di Re Giorgio (guarda caso), in Antartide, precisamente alla stazione polacca “Polar Pioneer”, gestita dai biologi dell’Accademia delle Scienze di Varsavia, e ha conquistato il record, scalzando la detentrice americana Lani Shea, che aveva ottenuto il primato di recente a 2 e 10 mesi. “The record is broken!”, missione compiuta: Giorgio campione del mondo. A dire il vero, fu un viaggio talmente bello, che il record passò in secondo piano… anzi, non ci siamo neppure ricordati di festeggiarlo (dato ormai per scontato), tanto eravamo pieni di immagini sublimi, vera delizia dello spirito!
L’Antartide, dunque, il continente più misterioso, isolato e difficile da raggiungere, ha decretato il successo dell’impresa. La parola “Antartide” deriva dal greco “anti” (opposto) e “arktos” (orso), in quanto opposto alla costellazione dell’Orsa Minore. La convinzione che esistesse un continente sconosciuto all’estremità sud del mondo nacque molto prima della concezione sferica della Terra: gli antichi greci avevano teorizzato di zone calde, temperate e fredde, man mano che ci si allontanava dall’Equatore e, in base alla Teoria degli Opposti e delle Simmetrie, l’esistenza di una terra sconosciuta (poi definita dai Latini Terra Australis Incognita) opposta alla propria. Ci vollero più di due millenni prima che si accertasse l’esistenza di un continente ignoto opposto all’Artide. L’Antartide dunque è l’ultimo continente scoperto dall’uomo e la sua esplorazione è molto recente e limitata; l’assenza di popolazioni autoctone ha fatto sì che non fosse necessario svilupparvi una supremazia culturale e politica ed ha facilitato una partecipazione simultanea di varie nazioni nella amministrazione del continente, senza la predominanza di un solo paese.
Quando a fine giugno 2003 salimmo sul camper diretti in Crimea, Armenia e Iran, passando per la costa nord del Mare Nero, Giorgio aveva appena 5 mesi e all’epoca non pensavamo certo a un suo record. Stranamente, l’idea di inserire Giorgio in questa competizione internazionale mi giunse dal lontano Borneo, nelle vesti di Luca Riva e Giorgio Gubellini, due giovani impiegati milanesi, che partiti alla volta di Sarawak e Sabah con un pacchetto organizzato, giunti in loco mollarono il gruppo per seguire le mete suggerite dal mio libro sull’isola. Entusiasti, tornati a casa mi contattarono tramite l’editore e vennero addirittura a Modena per conoscermi di persona. Fu proprio Luca a darmi l’imput del Guinness, parlandomi di una bambina sudafricana che, all’età di 3 anni e 10 mesi, aveva ottenuto il titolo toccando tutti i sette continenti. Da quando nel 1982 fui inserito nel librone per il numero di paesi visitati, la redazione del Guinness World Records (GWR) mi inviava saltuari aggiornamenti ed io stesso avevo appena proposto di inserire i miei due figli Clelia e Fabio, rispettivamente di 8 e 6 anni (con già 61 paesi al loro attivo), come i più giovani viaggiatoti che avessero visitato tutti i paesi europei, ma l’idea fu scartata in favore di Giorgio: “Riceviamo 60.000 proposte l’anno, difficili da gestire, preferiamo che si infrangano record già esistenti”.
Paragonato a quello di toccare tutte le nazioni d’Europa, il titolo dei continenti mi pareva una “passeggiata”, un invito a nozze: in Asia eravamo già stati l’estate scorsa, l’Africa è a un tiro di sasso, non restava che prendere un volo per Santiago (Sud America) via Miami (Nord America), poi dalla capitale cilena fare un’escursione all’isola di Pasqua, ultimo lembo dell’Oceania, e, infine, dalla Terra del Fuoco (Ushuaia) prendere un mezzo per l’Antartide. Mi ero follemente innamorato dell’idea di toccare Pasqua e Antartico in un unico viaggio, di prendere cioè “quattro piccioni con una fava”. Feci un breve schema del progetto e lo proposi a Giovanni Vinsani, il direttore della Midland-Cte International, lo sponsor che da anni dimostra un’ammirevole fiducia nelle mie proposte. Con l’avallo del GWR (dicembre 2003), che ufficializzò l’inizio della competizione per iscritto, ed il supporto economico di Vinsani, che firmò il contratto con un badget di finanziamento all’impresa, la mia mente spiccò letteralmente il volo. La parte più “buia” e incerta dell’impresa era ovviamente come arrivare in Antartide.
Tramite posta elettronica contattai subito gli enti del turismo cileno e argentino, le associazioni italiane e gli uffici stampa delle nostre rappresentanze diplomatiche nella regione, i tour operator locali, internazionali ed anche la marina militare argentina (che sapevo svolgere questo servizio in passato), al solo scopo di capire chi potesse portarci in Antartide, con quale mezzo, in che periodo, il costo, le condizioni… In molti risposero, ma nessuno fu in grado di darmi indicazioni atte ad orientarmi con chiarezza. Le crociere organizzate dalle agenzie inglesi e americane erano per noi troppo lunghe (10-12 giorni), elaborate e costose; le agenzie marittime di Ushuaia si limitano a fare il giro di Capo Horn, senza spingersi oltre e, tra l’altro, sottolineavano spesso la difficoltà nell’accettare bambini tanto piccoli a bordo. Ma non desistevo: “Se la bambina sudafricana è passata, ci deve pur esser un passaggio anche per noi”. L’altra notizia emersa dalla fitta corrispondenza, fu quella che ovviamente in Antartide ci si va solo nella stagione bella, da fine Novembre a inizio Marzo, quando da noi è inverno. Questo lo sapevo, ma nella mia ostinazione avevo sperato che qualcuno vi andasse anche in luglio o agosto, così avrei potuto sfruttare il periodo delle vacanze estive in tutta tranquillità, ma niente da fare.
A maggio 2004, la soluzione giunse paradossalmente da Roberta, la direttrice dell’agenzia di viaggi sotto casa, che m’indicò Mauro Olivero, un tour operator di Torino specializzato nei viaggi in Antartide. Questi era in stretto contatto con Antarctica XXI di Punta Arenas, nella Patagonia cilena, la compagnia che aveva noleggiato una nave oceanografica russa, con l’intero equipaggio, per la spedizione di un mese all’isola antartica di Re Giorgio. Nel progetto, tuttora in fase di sperimentazione, la direzione aveva, inoltre, organizzato un ponte aereo con la DAP (Aerolineas Patagonia), grazie al quale noi potevamo tornare in aereo, senza l’obbligo di fermarci per un lungo periodo in antartico. Perfetto! Niente male neppure il prezzo … di favore … molto inferiore a quello delle altre compagnie anglosassoni, che per la crociera su piccole navi chiedono anche 5000 euro a testa, ma ugualmente importante se moltiplicato per 5, poiché era nostra intenzione vivere questa stupenda esperienza con tutti i membri della famiglia. Roberta e Mauro si adoperarono per fare coincidere i voli, il tratto in bus e la nave, in partenza il 27 novembre da Ushuaia: Milano, Santiago, Pasqua, Punta Arenas e 12 ore di bus per Rio Gallegos, nei due sensi. Il pacchetto di due settimane includeva gli hotel durante le soste, ma escludeva però gli Stati Uniti, poiché in tal caso il prezzo lievitava troppo.
Conveniva andare in America con un volo a parte, magari in ottobre. Nonostante gli sforzi per cercare le soluzioni meno costose, alla presentazione del conto totale la cifra si rivelò tuttavia molto superiore al pur generoso budged della Midland, tanto da obbligarci a rinunciare, con la morte nel cuore, alla presenza di Clelia e Fabio. Con la successiva “limatura” tolsi anche le prenotazioni degli hotel, sicuro di rimediare con meno spesa sul posto o tramite Internet. Alla fine il conto si era ridotto all’essenziale: voli e nave. A fine giugno partimmo per l’Africa in camper e durante l’estate provai anche a volare in America: prima da Lisbona a Boston via Azzorre e poi dalle isole Foer alla Groenlandia via Islanda, ma in entrambi i casi i voli erano pieni. Tornati a Modena a fine agosto, trovai una lettera del GWR, dove mi avvisavano che il record era passato nelle mani di una bambina nordamericana di 2 anni e 10 mesi; solo casualmente lessi l’allegato di prassi, notando una modifica paradossale nel regolamento: al paragrafo 1 si ribadiva che Pasqua era valida come Oceania, mentre nell’aggiunta al paragrafo 6 per Oceania si intendeva soltanto Australia (neppure la Nuova Zelanda era accettata).
Telefonai subito a Londra per un chiarimento, ma l’impiegata dell’ufficio record insistette per rassicurarmi: “Il punto 6 era certamente un errore e potevo tranquillamente andare all’isola di Pasqua, come da precedenti accordi”. Non mi convinse. La richiamai il giorno dopo, l’altro ancora, e soltanto alla quarta telefonata riuscii a smuoverla dalla sedia per sincerarsi bene della cosa: “Non posso andare in giro per il mondo, tra l’altro con un bambino, per niente!”. Mi arrivò subito una lettera di scuse, mi ringraziarono per avergli segnalato l’errore, però per avere valido l’Oceania dovevo obbligatoriamente andare in Australia (… you must go to Australia!). La cosa mi infastidì parecchio: “Un continente è un continente, con tanto di piattaforma e confini…”.
Probabilmente alla redazione del GWR avevano deciso di complicare le cose ai contendenti: “anche le modifiche nelle ristampe del librone hanno un costo”. Non avevo nessuna voglia di andare in Australia, ma ormai dovevo portare a termine il discorso. Tornai da Roberta, annullammo per intero il progetto precedente e cercammo di crearne uno adatto al nuovo regolamento. Considerammo di fare il giro del mondo, di arrivare in Australia dal Cile o via Tahiti ed un disastro di altre possibilità; alla fine la via più conveniente fu quella di spezzare il viaggio in due tronconi: Australia in ottobre e Americhe più Antartide a novembre. Ormai tutto era fissato, mancava però ancora un dettaglio, l’ultimo grosso ostacolo alla realizzazione del progetto: qualcuno di fiducia che si prendesse cura di Clelia e Fabio durante la nostra assenza (possibilmente per un prezzo d’amicizia, non certamente a ore) … cioè, dormire con loro, preparargli ogni cosa, la cena e tutto il resto: un impegno per una persona abile, responsabile e dotata di grande disponibilità! Non fu facile, valutammo infinite possibilità, moltissime quelle scartate per i più svariati motivi… una cernita durata tantissimo, ma alla fine la salvezza e la tranquillità ci giunse nella figura di Elena, giovane laureanda amica di amici… Finalmente tutto quadrava, tutto era come desideravamo che fosse: si parte!
Il 6 ottobre da Bologna, dopo un’interminabile volo di oltre 30 ore via Vienna e Singapore, con Giorgio che poppava, dormiva e giocava sereno più che a casa, sbarcammo agli antipodi, nella città di Melbourne, attesi dall’autista di Massimo Ubertini, l’amico modenese fondatore della Saeco Australia, che ci ospitò nella sua bella villa condivisa con la moglie canadese Esther e le due figlie: Giulia e Alessia di 4 e 8 anni. La particolare singolarità di questa vacanza, certamente degna di nota, fu quella di girare per l’Australia alla ricerca di canguri in Maserati (di colore nero), l’ultimo modello della casa modenese ed unico esemplare esistente in tutta l’Oceania. Una volta tornati a Modena ci trovammo costretti a rifare il carosello delle possibili babysitter e questa volta fu Sonia a prendersi cura dei nostri figli per i 15 giorni del viaggio in Antartide.


martedì 16 gennaio 2018

Trans-Mongolia & Trans-Siberiana / Diario di viaggio in treno da Hong Kong a Modena



Trans-Mongolia & Trans-Siberiana

Diario di viaggio in treno da Hong Kong a Modena

17 LUGLIO 2011, 

La transmongolica è la linea ferroviaria che, partendo da Pechino, attraversa la Mongolia e si inoltra sino alla Siberia Orientale. La transiberiana invece da Vladivostok, sulla costa del Mar del Giappone, attraversa tutta la Siberia fino a Mosca e viceversa. Le due linee ferroviarie si congiungono a Ulan Ude, nei pressi del Lago Bajkale.
Sono atterrato a Hong Kong a metà luglio; non avevo mai visto tanti turisti per le strade dell’ex colonia britannica. Nel Borneo, da dove sono appena arrivato, non esiste certo questa frenesia per lo shopping ma, porto franco o alta stagione che sia, questa massiccia presenza si giustifica in buona parte col boom turistico della Cina. Molti sono gli italiani, anche se, purtroppo, solo una piccola percentuale si avventura oltre gli itinerari classici dei dintorni. Coloro che, dopo una vacanza in Oriente, desiderano fare ritorno in treno non sono più obbligati a recarsi nel costosissimo Giappone, dove solo il soggiorno in attesa dei vari permessi di transito per la transiberiana porta il viaggio a costi elevati.
Da qualche anno, grazie all’apertura della Cina nei confronti del turismo individuale a basso costo, è possibile coprire la distanza da Hong Kong all’Europa e viceversa con poca spesa su comodi treni. Il tratto da Hong Kong a Pechino (Beijin) è da considerarsi un viaggio di trasferimento, poiché è nella capitale che si sbrigano tutte le formalità per salire sul treno diretto in Occidente. Sono comunque due giorni di viaggio interessanti poiché si ha l’opportunità di osservare come si muovono i cinesi, generalmente molto schivi e riservati, o come non si muovono in quanto passano intere giornate seduti a giocare a carte, mangiare o lavarsi senza mai alzarsi.
La sensazione generale per i viaggiatori indipendenti che, giunti a Pechino, vogliono fare questa esperienza, è, per i primi giorni, di smarrimento. Sapere quale prassi seguire per le prenotazioni, i visti, ecc., in una città dove si parla solo cinese può diventare problematico. Nella capitale, come in tutta la Cina, si può scegliere liberamente in quale hotel alloggiare e, fra questi, parecchi sono di classe popolare pieni di giovani occidentali che viaggiano al risparmio. Molti fanno ritorno in treno, altri invece arrivano con lo stesso sistema. Questi alberghi sono degli ottimi ritrovi per conoscere persone e avere scambi di informazioni utili sulle procedure da seguire o altre di ordine quotidiano.
Il biglietto da Pechino all’Europa acquistato in agenzia costa 250 dollari americani, ma quasi tutti lo comprano dagli studenti polacchi per soli 150. I polacchi durante il periodo delle vacanze estive arrivano a Pechino con pacchi di biglietti acquistati a Budapest, dove costano molto meno (US$ 70 circa), per rivenderli. Il profitto è per entrambi: venditori e acquirenti. Il treno ha tre classi (deluxe, soft e hard) che in modi diversi sono comunque tutte confortevoli. Il treno internazionale della transmongolica parte da Pechino tutti i mercoledì alle 7,45 e giunge a Mosca il lunedì successivo attorno alle 11,45 (ora locale). Attraversa la Mongolia e si congiunge con la linea ferroviaria della transiberiana a Ulan Ude, in Russia. La transiberiana termina a Mosca e sino a quel momento non si cambia treno. La cuccetta e lo scompartimento assegnati fin da Pechino, diventano “la propria abitazione” per oltre 5 giorni. L’intero treno, una ventina di vagoni, è occupato da soli turisti, circa 600-700 individui di svariate nazionalità ed è un peccato constatare che Valentina, la mia ragazza, ed io siamo gli unici italiani presente. Ogni vagone ha due bravi ‘cuccettisti’ cinesi che tengono in ordine e puliscono per tutta la durata del viaggio. Al mattino portano un gigantesco thermos d’acqua calda per fare tè o caffè, ma serve anche per lavarsi. La temperatura, anche nella Siberia orientale, supera i 30°C durante il giorno, mentre si abbassa parecchio di notte.
Con questo caldo è difficile immaginare che tra meno di un mese inizieranno le prime nevi. L’unico inconveniente è la polvere che entra dai finestrini sporcando inevitabilmente tutto e tutti, mentre non è poi così facile potersi lavare. Il timore generale, alla vigilia della partenza, era quello di annoiarsi. Timore rivelatosi totalmente infondato, dal momento che siamo stati anche troppo indaffarati. Tra l’osservare i suggestivi paesaggi legati a episodi della letteratura russa, le soste alle stazioni, le foto, i pasti eccellenti con caviale fresco al vagone ristorante, i cosmopoliti party notturni con champagne cinese, la conversazione, i canti e i giochi, il viaggio è stato piacevole ed intenso, i giorni sono volati e alla fine a molti quasi dispiace di essere arrivati. Una volta giunti a Mosca, ognuno prosegue per la propria destinazione: chi va a Helsinki, chi a Berlino, Parigi o Londra. Personalmente ho preso il treno per Varsavia lo stesso giorno e ho proseguito poi per Vienna, Bologna e infine l’11 agosto, dopo 8 giorni dalla partenza da Pechino e 10 di treno da Hong Kong, scendo alla stazione di Modena.
Relax intenso
Una cosa bella riguardo il viaggio è che dopo un paio di giorni l’intero treno diventa come una grande famiglia, si parla con tantissimi viaggiatori di diverse nazionalità. Ognuno ha una storia, una teoria, un tragitto da suggerire, le proprie esperienze da raccontare. Tutti sono ben disposti a conversare e a fare amicizia. Bevi un caffè nel loro scompartimento e dopo loro passano a bere un caffè nel tuo. In genere si usa un abbigliamento confortevole e pratico, alcuni rimangono in pigiama fino a tardi e questo rafforza l’atmosfera casalinga e di estrema rilassatezza che si respira sul treno. Certo, nello scompartimento si è obbligati a convivere con altre persone ed è abbastanza importante avere una compagnia gradevole. Ad esempio, la ragazza svedese del vagone successivo ha girato per un paio di mesi la Cina in treno senza problemi, ma ora gli è capitato di dividere gli spazi con tre inglesi che fanno colazione a base di birra e si lamenta. Col passare delle ore le amicizie, così come il proprio spazio vitale, si consolidano. Già durante la lunga sosta alla frontiera mongola di Erlian (causata dal cambio di scartamento dei binari più larghi) i passeggeri si distraggono ballando nell’inaspettato e curioso salone dotato di impianto stereo acceso a tutto volume, tipo discoteca.
Quando l’ufficiale mongolo si esibisce con estrema disinvoltura a centro pista, la sala esplode con uno scrosciante applauso che rompe definitivamente il ghiaccio e accomuna tutti i viaggiatori. La varietà dei paesaggi che si susseguono dal finestrino catalizza comunque buona parte delle giornate: la Grande Muraglia, il deserto del Gobi, la vasta pianura mongola, dove si ha la sensazione di essere in the middle of nowhere, nel mezzo di un nulla indefinito, la steppa siberiana, i laghi o la catena degli Urali, col monumento che indica il confine tra Asia e Europa. Poi ci sono le fermate alle frontiere, che consentono di cambiare valuta e fare acquisti, le cene, e subito dopo cominciano i party serali, molto divertenti proprio per la particolarità internazionale dei partecipanti (americani, tedeschi, inglesi, francesi, svizzeri, olandesi, canadesi, svedesi, irlandesi, australiani, neozelandesi, giapponesi e qualche russo): una vera babele di lingue. Un giovane uomo americano è continuamente conteso per le traduzioni, perché parla bene cinese e russo, mentre il francese dello scompartimento accanto lavora da anni in Giappone e conosce perfettamente quella lingua, ma non sono gli unici. E’ sorprendente costatare quanti ragazzi conoscono una lingua orientale. Le bevande alcoliche intanto scorrono a fiumi e le sbornie fanno il resto, creando situazioni davvero spassose. Verso le dieci passa poi il russo armato di chitarra e vodka coreana e le ore piccole scivolano leggere e in allegria.
Informazioni pratiche
La maggiore concentrazione di giovani viaggiatori occidentali, e di ragazzi che cambiano valuta al mercato nero, la trovate attorno al Chongwenmen Hotel, nei pressi della stazione centrale di Pechino. Nella stessa zona, di fianco allo Xinqiao Hotel, ma anche di fronte al popolare Friendship Store (Janguomenwai Av.), danno a noleggio biciclette per meno di un dollaro al giorno, il mezzo più adatto ed economico per girare la città e giungere alle ambasciate per i visti.
La via ufficiale per acquistare il biglietto a Pechino è presso l’agenzia statale CITS (China International Travel Service), 103 Fuxingmennei Avenue (tel. 86-10-66011122; per informazioni o prenotare da casa, consultate il sitoweb www.cits.net), poco a ovest della Piazza Tien An Men. La procedura da seguire è la seguente: prima si prenota il posto sul treno al CITS versando un acconto, poi si utilizza la prenotazione per chiedere il visto di transito, che qui chiamano express visa, all’Ambascita della Russia (US$ 20), e a seguire all’Ambasciata della Mongolia (US$ 25), dove accettano solo valuta statunitense. Portatevi sette foto tessera a testa. L’Ambasciata russa è aperta al mattino da lunedì a venerdì (9-12.45), mentre quella mongola solo nelle mattinate di lunedì, martedì e venerdì (8-10). C’è un po’ da correre, ma in 3-5 giorni si riesce a fare tutto. Una volta in possesso dei tre visti, si torna nuovamente al CITS per completare il pagamento e ritirare il biglietto. In caso di problemi coi visti il CITS rimborsa l’acconto, purché ciò avvenga almeno due giorni prima della partenza indicata nella prenotazione.
La sistemazione in classe deluxe costa l’equivalente di US$ 336; in soft US$ 278 e in hard US$ 194. In aggiunta si deve pagare la tratta oltre Mosca: Varsavia US$ 58, Budapest US$ 68, Praga US$ 88, etc. I prezzi indicati sono per la hard, in deluxe raddoppiano. La deluxe consiste in uno scompartimento con due lettini ed una toilette divisa con gli occupanti dello scompartimento accanto. La soft ha quattro letti a castello e la toilette pubblica, mentre la hard è simile ma con la cabina ed i letti leggermente più piccoli. In quest’ultima, cercate di scegliere quelli superiori, poiché in basso lo spazio è ulteriormente ridotto dagli schienali che sporgono.
La cancellazione, il cambio di data o di classe è soggetta ad una penalità pari a US$ 30. Nel periodo estivo il treno è spesso completamente prenotato, ma non disperate: affacciatevi 3-4 volte al giorno in agenzia chiedendo di rimediarvi un posto qualsiasi e in breve dovrebbe saltare fuori qualche promessa. Accennare a un’eventuale ‘extra’ aiuta. Le cancellazioni sono abbastanza frequenti e i posti che si liberano vengono assegnati solo a chi ha la costanza di insistere un po’ di più. Se mirate a un viaggio in deluxe, ma non esistono posti disponibili al momento, è consigliabile prendere qualsiasi posto libero e una volta sul treno, con una mancia al cuccettista ci sono buone probabilità di salire di classe. Nella soft e in particolare nella hard, si è a contatto con la gente e la dimensione è più vivace, mentre nella deluxe si vive il viaggio in maniera più discreta e appartata. Unisce tutti il vagone ristorante, punto d’incontro quasi obbligato per ogni componente del treno. In rapporto alla situazione e al costo, il cibo è eccellente in tutti e tre i ristoranti che si susseguono lungo il percorso: cinese e mongolo US$ 3 a pasto e russo US$ 5. Sandwich, pane, dolci, uova bollite, frutta di stagione e verdure, sono facilmente reperibili durante le soste alle stazioni, spesso affollate da venditori ambulanti. Ogni tanto passa per i vagoni qualche indigeno a proporre cambi valuta convenienti o bevande alcoliche di produzione locale; sul treno si sono lamentati piccoli furti e di regola non si lascia mai lo scompartimento totalmente incustodito.
A Mosca si arriva alla stazione Yaroslavski; chi prosegue per Varsavia (partenza ore 16.30) deve trasferirsi in taxi alla stazione Byeloruski, dov’è necessaria la riconferma del biglietto. Qui si rischia di perdere parecchio tempo per la mancanza della più elementare organizzazione: allo sportello interessato non esiste una fila ordinata, ma una ressa di gente che spinge e sgomita senza ritegno. Si avanza un metro e basta rilassarsi un attimo per indietreggiarne due. Preparatevi ad essere rudi o incaricate qualcuno, diversamente non ce la farete a prendere il treno lo stesso giorno. Il visto di transito russo è valido 9-10 giorni, di conseguenza, i viaggiatori che lo desiderano possono soffermarsi per un paio di giorni senza problemi. Giunti alla stazione Dworzec centralny di Varsavia si acquista il biglietto per l’Italia.