mercoledì 23 maggio 2018

Morto Philip Roth, voce d’America

Morto Philip Roth, voce d’America

Addio allo scrittore più influente e complesso della letteratura contemporanea
Fu autore di opere come «Lamento di Portnoy» e «Pastorale americana»

di Cristina Taglietti
23 maggio 2018 (modifica il 23 maggio 2018 | 15:16)

La morte di Philip Roth, a poche settimane dall’annuncio dell’Accademia di Svezia (travolta dagli scandali) che il premio Nobel 2018 non verrà assegnato, sembra quasi l’ultimo sberleffo di un maestro che a quel riconoscimento è stato candidato quasi ogni anno a furor di popolo senza mai ottenerlo. Se n’è andato lo scrittore forse più influente e complesso della letteratura contemporanea, la voce che più di ogni altra ha saputo frugare con una sincerità spietata, umana ma mai consolatoria, nelle inquietudini della nostra epoca, smascherando ogni infingimento e nello stesso tempo scardinando le regole del romanzo.

Nato a Newark (New Jersey) nel 1933, figlio di una famiglia della piccola borghesia ebraica, Roth ha raccontato, con una forte carica espressiva che domina con assoluta maestria vari registri — dall’ironico al comico al grottesco — quella comunità con i suoi tipi umani, le sue leggende, i suoi pettegolezzi, e più in generale la specificità della condizione ebraica nel contesto dell’America di oggi. Uno sguardo unico, originale, che sarà un modello inarrivabile per molti epigoni, anche per la sua capacità di diventare, suo malgrado, uno scrittore mainstream.

Quella di Philip Roth è una produzione organica e sterminata: oltre trenta romanzi pubblicati in Italia da Einaudi e raccolti in tre Meridiani (il primo, curato da Elena Mortara, è uscito lo scorso novembre). L’esordio è nel 1959 quando, appena ventiseienne, pubblica la raccolta di sei racconti Addio, Columbus. È l’amico e collega Richard Stern, che come lui all’epoca insegna all’università di Chicago e che resterà sempre il suo maestro, a spingerlo a scrivere, dopo avere ascoltato il comico racconto di Roth di un’estate passata a corteggiare la ricca figlia di un commerciante ebreo nel New Jersey. Nasce così il racconto che dà il titolo al libro. La storia d’amore tra due ventenni serve da canovaccio per riflettere su quelli che diventeranno i suoi temi classici: il sesso, l’amore, la religione, le ipocrisie che costituiscono lo zoccolo duro della società americana. È nel 1969 che ottiene il primo grande successo (e il primo vero scandalo) con Il lamento di Portnoy, in cui racconta in modo esplicito la tragicomica conquista del piacere (soprattutto solitario) che un trentenne ebreo, voce narrante dalla grande potenza, destina al proprio psicanalista, interlocutore muto fino all’ultima pagina.Dal 1979 con Lo scrittore fantasma Roth affida le sue ossessioni al suo alter ego letterario più celebre, lo scrittore Nathan Zuckerman, l’esploratore dell’«egosfera» che invecchierà con lui, acquistando in lucidità e visione. Nel 1981 esce Zuckerman scatenato (il riferimento del titolo è al Prometeo liberato di Percy Shelley, e Roth scatenato sarà il titolo che Claudia Roth Pierponty darà alla biografia dello scrittore uscita nel 2014). Il romanzo traccia il ritratto dello scrittore che il successo distrugge, proprio perché tutti lo scambiano per l’eroe del suo libro. Ambientato negli anni degli assassinii di Bob Kennedy e di Martin Luther King, ritrae uno Zuckerman incapace di godersi il successo, ridotto a una vita quasi da recluso, temendo che qualcuno, dopo averlo etichettato come «nemico degli ebrei», decida di vendicarsi.

Zuckerman porta con sé tutta una serie di personaggi, come il fratello dentista, Henry, protagonista de La controvita (1986): deve sottoporsi a un intervento chirurgico che potrebbe renderlo impotente e chiede consiglio al fratello. Qui la scrittura offre diverse voci e diversi scenari e considerare le opzioni equivale a diverse possibilità di fare letteratura.

Osservatore attento e feroce della storia che si svolge intorno a sé, Zuckerman sarà presente, in forma più defilata, anche in quello che viene considerato il capolavoro di Roth, Pastorale americana, del 1997, dove lo scrittore affronta in modo più aperto i temi politico-sociali e che gli vale il premio Pulitzer. Pastorale americana è il primo titolo di una trilogia a cui seguono Ho sposato un comunista (dove Roth ritrae, senza farle sconti, la seconda moglie, Claire Bloom, un’attrice inglese per amore della quale lo scrittore aveva provato a vivere a Londra ) e La macchia umana, dove viene portata al culmine la crociata contro il moralismo puritano nella sua ultima deriva: il politicamente corretto («Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui...»).

La produzione narrativa si ferma nel 2010 con Nemesi: qui Roth chiude il suo orizzonte al quartiere ebraico di Newark dove, nel luglio 1944, scoppia un’epidemia di poliomielite. Quasi un ritorno alle origini per quello che sarà il romanzo dell’addio. Al contrario di molti colleghi, abituati a una routine di lavoro stakanovista, Roth non ha mai nascosto che scrivere per lui fosse uno sforzo a cui dedicava non più di due ore al giorno. «Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda a emozioni contrastanti in una tremenda solitudine» ha detto in una delle ultime interviste, pubblicata dal «New York Times» 

.Dopo aver smesso di scrivere (lo aveva annunciato nel 2012 in un’intervista al magazine «Les Inrockuptibles») Roth si divideva tra il villino nella campagna del Connecticut dove ha scritto molti dei suoi libri, e l’Upper West Side di New York. Convinto di aver composto ormai le sue opere migliori e che qualunque altro libro non sarebbe stato abbastanza buono, ha dato disposizione che i suoi archivi vengano distrutti.


CORRIERE DELLA SERA



DRAGON

PESSOA
Morre Philip Roth, gigante literario norte-americano, aos 85 anos

RIMBAUD
Roth, DeLillo, Adonis / Retour sur les loupés éternels du Nobel de littératureL’écrivain américain Philip Roth est mort à l’âge de 85 ans

DANTE
Sono Philip Roth / Ubriaco di disperazione




martedì 22 maggio 2018

Philip Roth / L’ultima intervista a «la Lettura» / «Ecco perché ho smesso di scrivere»


Philip Roth
L’ultima intervista a «la Lettura»
«Ecco perché ho smesso di scrivere»

Il colloquio de «la Lettura» con il romanziere che meglio di tutti ha interpretato
il secondo Novecento americano. Che rivelava: «Ho scritto per vedere se ne ero capace»

Lo scrittore americano Philip Roth è morto a 85 anni. Questo articolo è tratto da «la Lettura» #301 del 3 settembre 2017

Di Livia Manera
22 maggio 2018 (modifica il 23 maggio 2018 | 07:51)

Come ogni anno, dall’inizio di giugno alla fine di settembre Philip Roth lascia l’appartamento nell’Upper West di New York e si ritira nella sua casa settecentesca del Connecticut, al confine con il Massachusetts, in un paesaggio di aceri e frassini giganteschi che proteggono la sua voglia di starsene isolato e ricevere soltanto le visite degli amici più intimi. In questa bella casa di legno grigio, arredata con gusto ma senza altre pretese che il comfort, Roth trascorre il suo tempo nuotando in piscina per curare la schiena, leggendo saggi di storia americana e ascoltando musica classica, quando non si ritrova come tutti incollato alla televisione a seguire l’ultima mattana di un presidente che considera una vergogna e una minaccia per il Paese.

Quando gli chiedo della sua vita in campagna, racconta che la novità di quest’estate sono stati gli orsi. Ora, quando esce di casa è costretto a urlare come un matto o a suonare il clacson dell’auto, con la speranza di spaventarli e costringerli ad allontanarsi. Chiacchieriamo al telefono per oltre un’ora, ma le domande preferisce riceverle per email.Proprio per questo, probabilmente, quando gli chiedo se è disposto a concedere un’intervista a «la Lettura» dopo tanti anni di silenzio, accetta a condizione di non affrontare temi di attualità. Del suo pensiero in fatto di politica e società parlano i trentuno libri che ha pubblicato in sessant’anni di lavoro, dalle pagine sarcastiche su Richard Nixon di La nostra gang (1971), ai risvolti tragici della caccia alle streghe di Ho sposato un comunista (1998), alla bigotteria dell’impeachment del presidente Clinton della Macchia umana(2000). Eppure il suo cuore democratico si rifiuta di credermi quando gli dico che qualche settimana fa, prima dell’inizio di un concerto di Rachmaninoff all’Hollywood Bowl di Los Angeles, il pubblico si è alzato in piedi e ha cantato l’inno americano. «C’è qualcosa di poco chiaro in questa storia», dice scettico. «Manca qualcosa. Se fosse vero farebbe venire i brividi».

In «Why Write?» («Perché scrivere?»), nelle librerie americane dal 12 settembre, lei afferma che «uno scrittore ha bisogno dei suoi veleni. E un antidoto al veleno è spesso un libro». Tra i suoi, di veleni, si potrebbero annoverare gli attacchi che ha ricevuto fin dal principio della sua carriera. E tuttavia — pensando agli anni Sessanta — Norman Mailer era uno scrittore che andava a cercare la rissa, lei sembra essersi ritrovato al centro di infiammate polemiche senza volerlo. Di certo quello che ha scritto ha dato fastidio a molta gente. Ma ha anche trovato una motivazione in quella resistenza. Con il senno di poi, pensa che la rabbia sia la migliore amica di uno scrittore?

«No, la rabbia è probabilmente la peggior nemica di un romanziere. Qualunque cosa offuschi la mente di un romanziere è sua nemica, e c’è forse qualcosa di più accecante della rabbia? Lei ha ragione a dire che all’inizio non ero uno che andasse a cercarsi la rissa. Né ho trovato solo avversari all’epoca del mio esordio — il mio primo libro ha ricevuto l’apprezzamento di alcuni dei critici più seri in circolazione e ha vinto più di un premio. Ma ha anche dato, come dice lei, fastidio a una porzione significativa del mio pubblico ebreo, e la virulenza della loro reazione mi ha preso in effetti davvero di sorpresa, quando avevo ventisette anni. Avevo orrore dell’antisemitismo; perciò non era gradevole essere etichettato come antisemita da questi lettori ebrei fuori di sé».

Che impatto crede di avere avuto sulla letteratura e sull’America?«Pastorale americana» può essere interpretato come uno spartiacque, il momento in cui a sessant’anni ha finalmente deciso di affrontare i temi politico-sociali da cui aveva preso le distanze quando, negli anni Sessanta, ha scritto che di fronte a una realtà americana che superava ogni limite, «la povera immaginazione di un romanziere» risultava umiliata. Che cosa pensa di avere perso, e guadagnato, nel diventare uno scrittore più maturo?

«Ho guadagnato la maturità, che per me, come romanziere, ha voluto dire una consapevolezza delle dimensioni più profonde del romanzo stesso. Ho scoperto che il potere del romanzo risiede nella ricchezza delle diverse parti che lo compongono. O forse quello che ho scoperto sono risorse dentro di me che solo il passaggio del tempo — gli anni e anni dedicati a scrivere e a vivere — poteva rendere accessibili».

«È una valutazione che preferisco lasciare ad altri».

In questo libro lei dice che «a volte, quando si inizia a scrivere un romanzo, l’incertezza nasce non tanto dal fatto che la scrittura venga con difficoltà, ma dal contrario, dal fatto che non venga con abbastanza difficoltà». Quest’abitudine a cercare una resistenza — nelle sue parole, questo andare in cerca di «guai» — è rimasta invariata, nel corso degli anni, o è cambiata?In «Why Write?» lei ha pubblicato una lettera della scrittrice Mary McCarthy, molto critica nei confronti del suo romanzo «La controvita». Ha anche scritto che ci sono state stroncature che le hanno cavato il sangue e scatenato la sua furia. Sono reazioni comprensibili, ma mi è venuto da pensare: esiste la possibilità che uno scrittore possa imparare qualcosa di utile da una recensione negativa? A lei, è mai successo?

«Le recensioni non sono scritte per lo scrittore. Sono scritte per i lettori. Che una recensione sia favorevole o sfavorevole, è una cosa che davvero non tocca quel processo lungo, arduo e intricato attraverso il quale un romanzo prende forma. Nel corso di un singolo giorno di lavoro, uno scrittore alle prese con un romanzo compie migliaia di scelte e queste scelte sono decise da migliaia di altri fattori, eccetera. Il lavoro del recensore, non importa quanto dotato, si svolge in un’altra sfera».

«Semmai, direi che la sfida negli anni si è fatta più intensa. Invece di diventare più facile, con la crescita e la maturazione del proprio talento, la battaglia con il proprio materiale si espande — o almeno questa è stata la mia esperienza. Più cose sapevo, più difficile diventava».

E ora che ha smesso, com’è non essere uno scrittore attivo? Come valuta l’esperienza di separare la sua vita dalla scrittura?Insomma, alla fine, perché scrivere? Il suo libro offre una risposta lunga 452 pagine. Come le ho detto al telefono, è il libro più intelligente — e spesso esilarante — che abbia letto da anni. Ma vorrei girarle la domanda che ha scelto per il suo titolo, e avere una riposta da una persona che può guardare indietro a sessant’anni di lavoro…

«Il meglio che posso dire è che ho scritto perché volevo vedere se ne ero capace».

«Io non sono più molte cose che una volta ero, e non sono più capace di fare una quantità di cose che una volta facevo. A ottantaquattro anni, smettere diventa un modo di vivere. Delle cose che non ho più, faccio a meno».





lunedì 21 maggio 2018

Sono Philip Roth / Ubriaco di disperazione

Philip Roth_Illustrazione di Ciaj Rocchi e Matteo Damonte

BIOGRAFIE

Sono Philip Roth, 
ubriaco di disperazione

Questo articolo è tratto da «la Lettura» del 25 gennaio 2015


di MARCO MISSIROLI
18 luglio 2015 (modifica il 19 luglio 2015 | 01:46)

Elogio di un figlio, e del suo LamentoLa vita di Philip Roth si complica una mattina del 1959 quando una vecchia fidanzata bussa al suo minuscolo appartamento di Manhattan con un campione di urina in mano. È incinta, e quella è la prova. Roth ha ventisei anni e in tasca il National Book Award vinto con il primo libro, pochi spiccioli e l’intenzione assoluta di scrollarsi di dosso un’infanzia felice e ebraicamente provinciale. Lei, all’anagrafe Margaret Williams, detta Maggie, è bionda e altissima, rappresenta la «vivida incarnazione del radicamento nordico americano». I due avevano condiviso anni di tafferugli amorosi, dopo la separazione lui l’aveva continuata a consolare per pena e solitudine. 

Quella mattina Roth prende il campione di urina e corre in farmacia, compra un test e chiede al farmacista di leggergli l’esito. «Positivo», gli conferma l’uomo. «Positivo nel senso che non è incinta e io sono libero?». Lo scrittore patteggerà la via di uscita con Maggie: l’immediato aborto per un immediato matrimonio. Si sposeranno e torneranno alle lotte accanite, fino alla morte di Maggie in un incidente stradale. Qualche tempo più tardi Roth saprà la verità: il campione di urina era stato acquistato da una ragazza di strada. 

È l’inganno che mette al mondo la letteratura americana del dopoguerra. La carne consumata, il sospetto del femminile, la fuga dalla decadenza, l’America che ribolle: Philip Roth nasce qui, da un barattolo di piscio. E da un grappolo di controvite che Claudia Roth Pierpont (nessuna parentela) ha riversato in Roth scatenato, biografia dello scrittore americano attraverso le sue opere. Da Goodbye Columbus a Nemesi , la Pierpont è stata autorizzata a rovistare nel passato dell’autore di Newark e a togliere le catene alla penna che circoncise la letteratura.

A poche settimane dalla pubblicazione di Lamento di Portnoy, Roth invitò i genitori in un ristorante che faceva bistecche. Chiacchierarono del più e del meno, a metà pranzo lo scrittore disse che dovevano prepararsi a qualcosa di grosso in merito al libro che aveva scritto. Herman e sua moglie Bess fissarono il loro ragazzone, quando Philip li mise su un taxi sua madre stava piangendo. Per tutto il tragitto verso casa continuò a ripetere: «Lui non le aveva queste manie di grandezza, lui non le aveva».

 Un mese dopo il libro aveva venduto centomila copie e Roth era riuscito a imbarcare padre e madre su una nave da crociera per difenderli dall’ondata di proteste. Prima di salire Herman Roth lo abbracciò stretto. Roth senior era un capofamiglia buono e petulante, concepì in Philip un sentore figliale eterno. E così Philip Roth non smise mai di essere figlio. Di Herman e di se stesso, di una madre premurosa e irrimediabilmente attaccata ai suoi bambini. Rimase figlio di suo fratello maggiore Sandy fino all’ultimo.

Fu il piccolo di famiglia anche a quel pranzo. Ma la sua sostanza era svelata, iniziando un distacco che la madre intuì. Alex Portnoy recideva il cordone famigliare, restituendo la coscienza del desiderio. Ridisegnava l’essere ebreo nell’America della liberazione. Roth aveva inaugurato l’era della possibilità, ignorando un dettaglio: quando suo padre salì sulla crociera aveva una valigia in più. Era zeppa del Lamento di suo figlio che avrebbe regalato ai compagni di vacanza. Sapeva di mandarli alla rivoluzione, e alla grandezza, che lui stesso non aveva avuto il coraggio di prendersi.

L’insostenibile leggerezza di Kafka (e delle ragazze)
La fuga è l’ossessione di Roth. Andarsene per capire, andarsene per trovare. Così intorno agli anni Settanta se ne va. La sua America gli sta stretta e rischia di estinguere la magia narrativa dopo una serie di libri che hanno diviso la critica, riducendolo a simbolo dell’onanismo. Sceglie la Cecoslovacchia, fervida terra di reclusione che lo fa sentire a casa. È qui che incontra Milan Kundera e Ivan Klima, la moglie di Kundera conosce l’inglese e lega Roth al nugolo di intellettuali dissidenti sulle orme di Kafka.

 È pura vita. Roth torna in America e inaugura la collana «Scrittori dell’altra Europa» dove pubblica l’insostenibile leggerezza del Vecchio Continente. Sarà ancora lui a organizzare assieme a Updike e Cheever una raccolta fondi segreta per gli amici dell’Est. Ognuno di loro adotterà uno scrittore a cui spedire soldi attraverso un’agenzia malandata di Yorkville. È l’impeto che porta Roth a ritrovarsi: concepirà lo Scrittore fantasma, il libro sulle radici delle radici. Poi qualcosa accade. In uno dei soggiorni praghesi Roth si accorge di essere pedinato da due agenti in divisa. Si avvicinano, Roth sale al volo su un tram e fa perdere le tracce. Telefona subito all’amico Klima che cerca di tranquillizzarlo, «Stanno cercando di spaventarti, Philip». Quella sera è Klima a essere arrestato. Lo portano alla stazione di polizia, ma lui sa come comportarsi. Quando gli chiedono: «Perché ogni anno Philip Roth viene a Praga?», ha la risposta perfetta: «Non avete mai letto i suoi libri? Viene per le ragazze».

Sostiene Philip Roth (ma non John Updike)
Le ragazze per Philip Roth sono una faccenda strana. È l’ossessione erotica, certamente, ma anche la lotta alla solitudine. «Nessuno guarda mai se i miei personaggi femminili escono dal letto dei loro amanti meno fragili». C’è consumo e c’è un’alleanza invisibile. L’autore di Pastorale americana ha sempre inseguito questo sodalizio, sentì di averlo raggiunto un pomeriggio del 1975, passeggiando per New York: è adesso che incontra l’attrice Claire Bloom. Si conoscono già, lei è stata sposata e ha una figlia, vive a Londra. Roth perde la testa, si trasferirà nella City per sei mesi l’anno, dividendosi tra la passione per la Bloom e l’insofferenza della figlia di lei. Finché dà alle stampe Inganno la cui protagonista cornificata dal marito si chiama proprio Claire: la Bloom va su tutte le furie e indaga, scopre che Roth la tradisce con la sua vicina nel Connecticut. Roth se la cava regalando alla Bloom un anello di Bulgari e un invito a nozze. 

Il matrimonio dura qualche anno, dopo il divorzio la Bloom pubblica un’autobiografia in cui fa a pezzi Roth. Il mondo ne parla, a Philip importa poco finché non esce una recensione di John Updike, «Claire Bloom dimostra che nel corso del loro matrimonio, andato subito a rotoli, Philip Roth era nevrastenico al punto di dover essere ricoverato, un adultero egoista e insensibile, uno che si vendicava con i soldi». Roth telefona subito alla «Review» proponendo una rettifica al verbo chiave: «Claire Bloom sostiene che nel corso del loro matrimonio, andato subito a rotoli, Philip Roth fosse…». Updike non cambia verbo, Philip Roth lo declinerà in capolavoro.

Non m’hai fatto andare giù, hai capito?
Everyman è il libro che sostiene Roth davanti alla fine. È un libro sulla morte e sulla grande fuga, intesa come commiato dall’irresistibilità della vita. Roth percepisce «quell’avversario che è la malattia, e la calamità che aspetta tra le quinte». Per lui è il mal di schiena e la perdita di desiderio. La schiena è il suo irrisolto, ne soffre da quando è giovane, a causa del dolore è stato ricoverato in clinica psichiatrica. Pensava al suicidio e si consolò con una depressione abissale. Si salvò per la scrittura e quando ne venne fuori la prima cosa che fece fu guardarsi intorno. Da animali morenti, cosa rimane? Gli amici e la memoria, ecco perché l’affronto di Updike è stata una ferita insanabile. I due non si parleranno più. Da quel giorno Roth comincia a fare ordine in ciò che è stato e a capire come «non si ricordano i fatti, ma il modo di ricordarli». Così torna a essere figlio. Figlio del fratello Sandy, di Mia Farrow, di amici stretti, di Beethoven («un Bach sotto l’effetto di droghe!») e della possibilità di una scelta: smettere di scrivere. Avrebbe potuto continuare, gli sarebbe servito un appiglio alla Cheever. Mettersi a bere. La Pierpont gli chiede con che cosa sia riuscito a sostituire la bottiglia. Roth risponde senza esitare: «La disperazione».

L’altra domanda gli era stata fatta anni fa, su quanto riuscisse a stare senza scrivere: «Due ore al massimo», e ribadì che il vuoto era il suo demone. Ora che ha smesso per sempre si dedica a lunghe telefonate e a leggere saggistica. Scrive anche favole con la figlia di otto anni di una sua ex fidanzata. Lei gli manda una frase per mail e lui le risponde con un’altra frase. Hanno già finito due storie. «È il cataclisma», la decadenza: Roth lo ribadisce alla Pierpont e di colpo Roth si alza, comincia a imitare il Jake LaMotta intronato e sanguinante di Toro scatenato. Sugar Ray Robinson ha appena massacrato LaMotta sul ring. Ha perso il titolo mondiale. È una maschera di sangue. Ma sta ancora in piedi, e barcollando sibila «Ehi, Ray. Non sono andato giù, Ray. Non m’hai fatto andare giù, Ray. Hai capito? Non m’hai fatto mai andare giù».




domenica 20 maggio 2018

Quella volta che Federico… Incontro con Sandra Milo, diva umana, amante e madre



Sandra Milo



Quella volta che Federico… Incontro con Sandra Milo, diva umana, amante e madre

Intervista con l'attrice scelta da Fellini per 8 e ½, che per lei era pronto a tutto e che qui rivela i ricordi di una vita amante dell'amore


Fellini? "La prima volta che l’ho visto mi sono innamorata pazzamente.... Mi ha detto:“Finalmente ho capito che è te che amo, che sei tu la donna della mia vita..." Mastroianni: "Era la voglia di tenerselo, di afferrarlo. Lui era un po’ inafferrabile: bastava a se stesso”. Totò: "Un uomo raffinato". Donne e abusi: "Come tutti detesto la violenza però le avances, voglio dire, il provarci, fa parte della nostra cultura... Una volta ci lusingava che l’uomo ci provasse"

Sandra Milo agli inizi della carriera
A Palermo in tournée con Gino Rivieccio nella commedia “Mamma ieri mi sposo”, abbiamo incontrato Sandra Milo, ispirazione poetica di Fellini, 85 primavere a marzo, davanti a un caffè, una pioggia battente e gli occhi sognanti degli avventori. Una conversazione intensa ad alta densità emotiva attraverso la vita artistica e personale della Milo, dal cinema di Fellini al grande amore con il regista, dagli esordi alla magia del set di 8 e ½. E poi la grande amicizia con Marcello Mastroianni, l’incontro con Totò. L’attrice e le molestie nel mondo del cinema. La sua storia familiare e le origini siciliane.
Sandra Milo alla Voce di New York. Icona del cinema, musa di Fellini, è a Palermo. Partiamo dalla grande storia d’amore e del cinema che ha vissuto con il Maestro…
““Avevo lasciato il cinema perché avevo fatto un film con Rossellini che era andato a Venezia, al Festival ed era stato accolto malissimo dalla critica. Federico stava preparando 8 e1/2, faceva i provini in tutto il mondo, cercava questo personaggio, Carla che voleva rappresentare come l’amante tipica o un sogno degli italiani. Un giorno mi chiama e gli dico “Guarda che io non faccio più il cinema”. Allora si mette d’accordo con il mio compagno, viene a casa con la troupe. Mi venne a svegliare la cameriera, ero in vestaglia. Arrivo in salotto e mi infilano una redingote. Mi fa questo provino e mi dice:“Ce l’hai una chitarra?” Dico:“No, però ho un gatto”. Fa lui: “Prendilo”. Sono andata nella stanza accanto e ho preso un gatto di peluche che sembrava una zebra. Un dialogo un po’ strano. Mi ha detto:“Bene mettilo sotto il braccio”. Poi ha cominciato a farmi parlare, a dire delle cose e dopo sono andati via. E poi hanno scelto me”.
Come è stato questo impatto? In quel cinema meraviglioso dove si sognava…
“E’ vero. Era il cinema più bello del mondo. Quando sono arrivata sul set il primo giorno, c’era Marcello Mastroianni che mi ha accolto e mi ha detto: “Bentornata ma non senti che questa è la tua famiglia?”. E’ stato bellissimo, ci siamo abbracciati. Abbiamo girato il film, ha avuto un gran successo. Un film bellissimo, secondo me è il film più bello del mondo, un’opera straordinaria. Federico era immenso, un genio. Un uomo di grande spiritualità, umanità. Difatti gli attori impazzivano a lavorare con lui perché era uno che riusciva a tirare fuori la parte migliore di ciascuno, quella parte che magari nessuno sapeva di avere, che forse intuiva ma non aveva la certezza. Lui riusciva a tirarti fuori questo, quindi tutti eravamo molto attratti da lui”.
Come è cambiato il cinema rispetto a quello che ha vissuto?
“Moltissimo. E’ tutto cambiato perché la tecnologia in definitiva, è chiaro che non raggiunge la perfezione ma toglie calore, umanità alle cose. Una volta facevi una scena importante, dovevi esprimere sentimenti forti  in un primo piano. Allora c’era la cinepresa vicinissima e il regista con la testa attaccata ti guardava, ti trasferiva la sua energia, quello che voleva rappresentare con il tuo viso. Era un’emozione straordinaria e credo che gli attori esprimessero molto più pathos di quanto non avvenga oggi dove il regista non c’è, è nella stanza accanto e sta vedendo sul monitor la scena”.
Tornando al cinema…bellissimo “Fantasmi a Roma”: un set pazzesco!
“Vero! Eduardo, Marcello Mastroianni, Tino Buazzelli, Vittorio Gassman: insomma avevamo il meglio del cinema italiano!

Sandra Milo con Marcello Mastroianni in una scena di 8 e 1/2 per la regia di Federico Fellini
Lavorare con Marcello Mastroianni: era bellissimo…
“Era meraviglioso. Solitamente non amo molto gli attori. Non mi sono mai innamorata di un attore. Lui era fantastico perché era un uomo intelligente, colto, simpatico, amava la vita, non se la tirava,  gli piaceva la compagnia. Aveva il senso dell’amicizia, un uomo pieno zeppo di qualità. Non perché ero innamorata di Federico, ma eravamo molto amici, mi piaceva molto. Non ho mai visto un uomo dove le donne impazzivano per lui! Ma tutte, tutte impazzivano per lui! Una cosa impressionante!”.
Le credo! Ha fatto impazzire tante generazioni! Che charme aveva?
“Era la voglia di tenerselo, di afferrarlo. Lui era un po’ inafferrabile: bastava a se stesso”.
Totò?
Totò era un attore sublime, lo sappiamo tutti. Ho fatto tre film con lui, il primo era Totò sulla Luna con la regia di Steno, il padre dei Vanzina, ero ragazzetta. Eravamo alla Ponti De Laurentiis a Roma, l’ho visto da lontano e gli sono corsa incontro gridando “Totò! Totò!” perché l’adoravo e quando sono arrivata da lui mi ha detto:“Buongiorno Signorina”. Mi sono sentita sprofondare! Totò fuori dal set era veramente il Principe de Curtis, un gran signore. Ricordo che a quei tempi gli uomini portavano i calzini a mezza gamba, lui portava le calze di seta fino al ginocchio con il reggicalze. Un uomo raffinato!”.
Spostiamoci sulla vicenda che da mesi è su tutti i giornali: il caso Weinstein, la ribellione delle donne dal Movimento Me Too alla Catherine Denevue. Cosa ne pensa e da che parte sta?
“Dalla parte degli uomini”.
Perché?
“Ovviamente come tutti detesto la violenza e questo è giusto però le avances, voglio dire, il provarci, fa parte della nostra cultura, è sempre stato così. Tu puoi dire di no e finisce qui, puoi scegliere. Una volta ci lusingava che l’uomo ci provasse ma se non ci provava allora pensavi “non mi desidera nessuno”. Con me ci hanno sempre provato. Se non va non va! Puoi anche dargli uno schiaffo, ti puoi difendere! Se ci sei stata perché lo denunci? Potevi dire di no! Lui ti ha violentato? Questo non è vero cioè ti ha forzato! Siamo donne adulte. La paura che dopo lui non ti fa lavorare? E allora? E’ già un principio di prostituzione perché per paura che dopo lui non ti faccia lavorare accetti. Allora comunque hai accettato, cosa ti lamenti dopo?”.

Fanny Cadeo, Sandra Milo, Gino Rivieccio, Marina Suma in “Mamma ieri mi sposo”
Che sapore ha questa ribellione?
“Io credo che la donna non sia contenta del suo stato. Ha avuto molte rivendicazioni, alcune le ha ottenute, altre meno. Per esempio la parità nei salari, ha conquistato tante cose. E’ nata una donna nuova che si sente forte, potente, si sente superiore all’uomo e non lo nasconde, l’uomo non è ancora abituato a questo”.
Quindi l’uomo non ha ancora metabolizzato questo cambiamento?
“Assolutamente no. Ci vuole tempo. Sono secoli che le cose stanno così, non si possono cambiare”.
Quanto tempo dovremmo aspettare ancora?
“In una generazione non è possibile. Per esempio Woody Allen faceva dei contratti in cui diceva alle proprie attrici che avrebbero dovuto accettare rapporti sessuali con lui e le faceva firmare: tutti oggi si scandalizzano! Ma nessuno ti ha obbligato a firmare! Tu sceglievi: “allora qui c’è questo e questo…ti va? Io ti offro questo a queste condizioni. E’ il mio modo di essere…”. Sbagliato o giusto, tu dici no! Non ci sto oppure dici sì, ma se ci stai allora perché ti lamenti?”.
Ritorniamo a Fellini, all’amore.
“La prima volta che l’ho visto mi sono innamorata pazzamente”.

Fellini con Milo sul set
Un colpo di fulmine?
“Quelle cose che non ti sai spiegare. Non è sufficiente che uno sia un bell’uomo, che sia un potente, un genio, un talento. Ti può piacere ma puoi anche non innamorarti. Io mi sono innamorata perdutamente, di quegli amori che durano tutta la vita e oltre. L’ho amato tantissimo. Lui no, non mi ha amato subito. Eravamo amanti, gli piacevo molto però non era innamorato di me. Io sì, ero pazza di lui. Non riuscivo nemmeno a parlare, a dire una cosa. Non riuscivo neanche a dirgli quanto l’amassi, mi creava una tale emozione, un tale stato…boh! Siamo stati insieme tanti anni, una storia che è durata 17 anni, lunghissima. Non mi diceva mai ti amo. Quando ci vedevamo, non riuscivo neanche a prendere l’ascensore perché era tale l’agitazione che  facevo le scale di corsa, due piani. Ricordo che arrivavo sulla porta, lo trovavo già lì… a me tremavano le gambe, tremavo tutta! Non mi sudano mai le mani ma allora mi sudavano anche le mani!E poi abbracciarsi così…un’emozione così intensa da dimenticare il mondo! Questo lui lo provava, penso che fosse una forma di passione però sentivo che non era l’amore. Poi un giorno, dopo tanti anni, mi ha detto:“Finalmente ho capito che è te che amo, che sei tu la donna della mia vita e voglio stare con te adesso per il resto della mia vita”. Ma erano passati già tanti anni, io avevo avuto nel frattempo tre figli, mi ero sposata. Lui aveva la sua vita, sua moglie, i suoi affetti, le sue amicizie. Io avevo anche le mie. Ci frequentavamo, stavamo insieme con le nostre famiglie però… che ne so, era passato tanto tempo”.
Troppo tempo? Una strada tracciata?
“Sa che ancora oggi non so perché gli ho detto di no?”.
Veramente?
“Non l’ho ancora capito bene, sento come una forma di rimorso, nel senso che penso che lui quando me l’ha detto, avesse anche bisogno di me, di una presenza nuova, di un cambiamento nella sua vita proprio per poter riprendere con quel grande talento, la sua professione che un pochino si era spenta. Era come uno che aveva raccontato tutto della propria vita e che si accorge a un certo punto, che non ha più niente da raccontare e che deve immettere in sé nuove cose perché altrimenti si ferma. Nuovi pensieri. Io però non ho avuto il coraggio, non lo so…non lo so perché ho detto di no! Magari un anno prima sarei corsa senza nemmeno la valigia!”.
C’è stata troppa attesa?
“Troppo tempo. L’idea di sconvolgere la mia vita, i figli. Le dico, un anno prima l’avrei fatto. Non ho più voluto vederlo. No. Perché ho avuto paura. Si può stare insieme senza progettazione, si sta insieme e basta ma se uno comincia a progettare sul futuro delle cose e l’altro non lo condivide, cominciano le recriminazioni. E quindi ho avuto paura che questo amore straordinario in qualche modo si inquinasse e allora non ho più voluto vederlo. Ho chiuso”.

Gino Rivieccio e Sandra Milo
Lei è al cinema nel  film di Gabriele Muccino con un cast corale, a teatro con Gino Rivieccio a Palermo in “Mamma ieri mi sposo”: che mamma è Sandra Milo?
“Sono una mamma a tutto tondo, credo che sia il ruolo più importante nella mia vita: prima sono mamma, poi sono donna e poi sono attrice. La sento moltissimo la maternità. Per esempio, io sono vissuta con mia madre e mia nonna, le ho portate sempre con me, mi sono sposata due volte. Non erano donne facili: toscane, linguacciute!”
Questa grande famiglia era abbastanza movimentata?
“Sa che ogni tanto il mio compagno mi prendeva e mi lasciava? Diceva:“Guarda o stai con me o con loro, non le sopporto più”. Ed io:“Come faccio poverine, sono sole, non posso lasciarle”. Ho un esagerato senso della responsabilità, la stessa cosa con i figli perché ancora oggi che ho 85 anni, sono una mamma come se loro fossero ancora piccoli”.
Lei ha origini siciliane?
“Sì. Mio padre non l’ho conosciuto perché era partito per la guerra volontario già nel ’36. Siamo tornate in Italia, mia madre, mia nonna, mia sorella ed io e lui, finita la guerra, era tornato da un bel pezzo non gli piaceva l’Italia ed era andato in Francia. Non abbiamo saputo più niente. Della famiglia di mio padre non conosco nessuno. Ho conosciuto solo la famiglia di mia madre che era toscana. Un giorno, ero adulta, sono venuta in Sicilia in vacanza e come sono arrivata qua… ancora mi commuovo, ho sentito come un ritorno a casa! Ho sentito che le mie origini erano qui, che questa era la mia terra, il mio sangue. Da allora mi sento siciliana, sono venuta sempre, tre o quattro volte all’anno, ho tanti amici. Ho cominciato a leggere molti libri di autori siciliani, a conoscere la gente e allora mi riconosco nel carattere: questo modo di parlare, di dire delle cose e poi intenderne altre, che è tipico”.

Sandra Milo con Laura Bercioux
Una metafora continua…
“Vero, che però mi piace molto, è molto stimolante nella conversazione! Mi piace questa gente che ha il senso dell’amicizia, il senso dell’onore. Ecco anche perché dentro di sono siciliana: non dimentico e non perdono!”.
Cosa vuol fare da grande?
“Tante progetti, tante cose! Vorrei vivere tantissimo! Guardi vorrei vivere fino a vedere morire i miei figli, cioè che loro diventano vecchi per accompagnarli anche nell’ultimo viaggio, per essergli vicino perché poi io della morte non ho paura ma loro sì…guarda vai tranquillo…adesso ti raggiungo tra poco. Mi piacerebbe molto ma dovrei arrivare almeno a 130 anni! Però può essere che ci arrivo, no?”.
Lunga vita!