giovedì 22 giugno 2017

Hollywood e il sesso / Gli amori esagerati di Ava Gardner

Ava Gardner

9 LUGLIO 2013 di 

Ebbe «solo» tre mariti. Ma cambiò amanti come si cambiano i vestiti. Oltre a una straordinaria attrice, fu per due decenni la «donna più irresistibile di Hollywood». Ai piedi di Ava Gardner caddero miliardari, registi, grandi scrittori, toreri e cantanti: Frank Sinatra e Howard Hughes, Clark Gable ed Ernest Hemingway, Dominguín e George C. Scott. Con altre celebrità duellò da pari a pari: di Humphrey Bogart disse che «era un bastardo», di Aristotele Onassis «un piccolo stronzo allupato».Nessun uomo riuscì a tenerle testa: troppo grande, sicura di sé, moderna ed emancipata rispetto al modello di donna cui lo Zeitgeist li aveva abituati. Prima di Ingrid Bergman, prima di Marilyn, prima di Liz Taylor, prima di Angelina, c’era Ava Gardner. Più di vent’anni dopo la sua morte, nel gennaio 1990, escono, piene di golose rivelazioni e giudizi fulminanti, le memorie postume dell’artista. Dettate nell’ultimo periodo della sua vita al giornalista Peter Evans, ora pubblicate con l’autorizzazione della famiglia, The Secret Conversations (edizioni Simon&Schuster) sono la trascrizione fedele delle conversazioni notturne della Gardner con l’ex corrispondente del Daily Express, deceduto nel 2012 poco dopo aver completato il libro.
È una galleria a tratti ironica e affettuosa, molto più spesso impietosa e senza peli sulla lingua. Ari Onassis ci provò disperatamente, la ospitò più volte sul celebre Cristina, ma la descrizione meno contundente che la diva gli dedica è quella di «un primitivo con lo yacht». «Provava continuamente a stupirmi, ma io stupivo lui». Fu sulla nave del miliardario greco che Ava Gardner incontrò Winston Churchill, col quale condivise una memorabile sbronza. Del primo marito, l’attore Mickey Rooney, sposato nel 1942 a 19 anni, racconta il vorace appetito sessuale, ma anche la latente pedofilia: lo lasciò dopo appena un anno, quando scoprì che aveva fra le sue amanti una quindicenne.
Poi fu il turno del jazzista Artie Shaw, un «prepotente» che le fece dare lezioni di scacchi da un maestro, salvo poi innervosirsi fino a diventare violento quando la moglie cominciò a batterlo. Il terzo e ultimo matrimonio fu quello con Frank Sinatra, «un dio arrogante, che puzzava di sesso»: sei anni, dal 1951 al 1957, nei quali la carriera della Gardner esplodeva, mentre «old blue eyes» sembrava alla fine. Finì con lui depresso e lei in fuga verso la Spagna, dove cominciò la storia d’amore con Ernest Hemingway. Da Papa imparò la passione per le corride, che l’avrebbe portata nelle braccia di Dominguín: «Una dolce follia».
Evans racconta che quando chiesero al torero se rimpiangeva di non averla sposata, questi rispose: «No, perché non mi avrebbe lasciato tempo per toreare». Poi vennero l’eccentrico miliardario Hughes, «un razzista puzzolente»; il regista John Huston, «lo adoravo, mi manca, nessuno mi conosceva come lui»; l’attore Robert Mitchum che le fece fumare una canna di hashish, e perfino, ma «siamo usciti una sola volta», il mafioso Bugsy Siegel, l’uomo che creò Las Vegas. Non mancano nel libro giudizi taglienti e gossip sulle colleghe:
Lana Turner? «Le piacevano i gangster, sul serio». Elizabeth Taylor? «Non è bella, è carina. Io ero bella». Grace Kelly? «Adorava le scommesse. Una volta abbiamo scommesso 20 dollari che Hyde Park fosse più grande del Principato. Lei diceva di no. Vinsi io. Mi mandò i dollari, un Magnum di Dom Perignon e un pacchetto di aspirine per dopo la sbornia. Mi conosceva bene». C’è un solo, strano silenzio, nelle conversazioni di Ava Gardner: manca la storia d’amore con Walter Chiari, consumata nel 1957 a Roma sul set de La Capannina. Finì presto, è vero. Si favoleggia che durante una cena nella quale l’attore aveva fatto una irridente imitazione di Frank Sinatra, da poco suo ex marito, la diva, sdegnata, si alzò, uscì e andò direttamente a Fiumicino, dove prese l’aereo per gli Stati Uniti.
CORRIERE DELLA SERA


FICCIONES

DE OTROS MUNDOS


martedì 20 giugno 2017

Ambiguità / Il conflitto tra desiderio e divieto


Leonardo Da Vinci, San Giovanni Battista
Ambiguità

Il conflitto tra desiderio e divieto

30 OTT 2014 
di 
LUISA MARIANI

Un assetto mentale e comportamentale di tipo narcisistico è il tratto che caratterizza la società al giorno d’oggi, dove il conflitto tra desiderio e divieto, la fatica per raggiungere un obiettivo, l’accettazione dei limiti, sono per lo più evitati perché troppo dolorosi da riconoscere e da vivere.
Freud ne Il disagio della civiltà aveva ipotizzato che l’uomo, per diventare un essere civile, deve fare delle rinunce, deve sostenere dei sacrifici, deve contenere una certa quota di aggressività e di sessualità. In realtà, oggi si tende a non porre più limiti alle pulsioni, tutto sembra permesso e giustificato e si verifica, per di più, una affannosa ricerca del piacere fine a se stesso che sembra essere diventato una sorta di religione ed un obiettivo da perseguire con accanimento. Per affrontare le turbolenze del quotidiano, ha preso corpo e si è implicitamente affermata quella modalità di comportamento e di pensiero che è l’ambiguità, modalità così diffusa da diventare uno stile di vita generalizzato e, in fondo, tacitamente accettato e condiviso dalle regole sociali, nonostante riveli fraintendimenti, contraddizioni, incongruenze sia nel mondo interno dell’individuo che nella vita relazionale.
Qualche anno fa, la psicoanalista Simona Argentieri ha pubblicato un saggio molto interessante, L’Ambiguità, dove tratta l’argomento partendo dalla sua esperienza di pratica clinica per poi arrivare alla dimensione sociale, riproponendo un dialogo tra psicoanalisi e società. L’ambiguità del pensare è lo stratagemma funzionale ad evitare di guardare in faccia la propria realtà, di prendere posizione rispetto ai propri desideri e di confrontarsi con quelli degli altri, inoltre serve ad eludere il dolore mentale del riconoscersi umani, perciò limitati e manchevoli. Questa tendenza all’inganno sia verso gli altri, ma anche verso di sé, evidenzia un funzionamento mentale confuso, infantile e, in un certo senso perverso, in quanto misconosce l’autenticità delle emozioni che fondano la qualità dell’essere umani. “La fuga dalla conoscenza di sé è facile e può essere estremamente violenta- attraverso l’assassinio del sé” (Bion, 1987).
Nonostante ciò, la tentazione di adeguarsi alla mentalità ambigua è molto forte, in quanto ne derivano vantaggi secondari: per esempio si evita di fare delle scelte e di soffrire il dolore della rinuncia, mantenendo l’illusione di poter avere tutto; si evita la sofferenza del doversi differenziare con le conseguenti pene di separazione; si ottiene di liberarsi dai sensi di colpa trovando giustificazioni e liceità illimitate; ci si libera dall’ansia del dubbio cullandosi nell’illusione di certezze; si risolve la questione della coerenza non prendendola neanche in considerazione. L’ambiguità pare essere un salvavita da tanti guai, però non sempre rende felici se casi di forti sofferenze psicologiche riempiono pagine drammatiche di quotidiani e tante richieste di aiuto affollano i servizi di igiene mentale.
Ai giorni nostri le difficoltà emotive non riguardano tanto il conflitto tra i desideri e le proibizioni morali e/o sociali, ma segnalano piuttosto una certa fragilità narcisistica, dove l’idea di perfezione diventa un “must” che impone di non riconoscere i limiti reali, ma induce ad esibire una sorta di onnipotenza che, in realtà, non è altro che l’altra faccia di un’impotenza che tramortisce, che va assolutamente negata. Le patologie che si riscontrano maggiormente in stanza d’analisi hanno a che fare con l’idealità: l’illusione di corrispondere ad un ideale, ideale di bellezza, di onnipotenza, di intelligenza, di giovinezza, ecc. diventa un’esigenza irrinunciabile per poter sentirsi integrati nella società, altrimenti si rischia di provare un forte senso di disistima o di cadere in una cupa depressione.
Si preferisce, a volte, ritirarsi dalla vita piuttosto che non sentirsi pienamente adeguati: ci sono, allora, ragazzi che, vittime di fobia scolare, non riescono più a mettere il piede a scuola perché non sopportano il confronto con i compagni, non tollerano di poter essere valutati e giudicati, ma temono di essere scoperti nella loro limitatezza e, dunque, nella loro umanità, o ragazze che non accettano il proprio corpo perché non conforme agli stereotipi correnti e perciò indegno di essere mostrato, ma degno di essere punito, fustigato magari con attacchi autolesionistici. Adulti che si rifiutano di invecchiare, ragazzi che hanno paura di crescere: il bioritmo della vita viene impastoiato alterando il naturale svolgersi degli eventi, quasi sovvertendo l’ordine delle cose. Sembra essere un vero e proprio attacco alle leggi del vivere umano che esita, inesorabilmente, in una carenza generalizzata della dimensione normativa.
Ma la regola, oltre a differenziare il lecito dall’illecito e a punire i trasgressori, ha anche una funzione protettiva, di contenimento: serve a fare ordine, a diradare la confusione e il suo rispetto è anche fonte di autostima, dà la sensazione confortante di sentirsi a posto. La regola, allora, non è semplicemente il persecutore implacabile che toglie la libertà, ma aiuta a depotenziare l’ansia e a rendere più sereno ed agevole il procedere della vita. È vero che tramandare norme è faticoso, genera conflitto, infatti il modello educativo attuale sta cambiando, va verso un atteggiamento rinunciatario, di collusività, di non separatezza, è come se gli adulti avessero paura a differenziarsi, a lottare come se non fossero sufficientemente forti da tollerare le conflittualità inevitabili che la differenza di ruolo attiva. Ma i giovani hanno bisogno di risposte, di punti fermi a cui appoggiarsi e anche necessitano della possibilità di ribellarsi per sentirsi confermati nella loro identità, devono trovare interlocutori all’altezza e non spaventati dal doversi confrontare. Le nuove generazioni si aspettano modelli, esempi con cui identificarsi o contro cui opporsi, necessitano di sentire la passione per la vita e per principi irrinunciabili, ma spesso trovano il vuoto, una nientità che spaventa e che li induce, a volte, a comportamenti a rischio come ultimo appello di aiuto e di richiesta di presenze reali affettive e di supporto. Ci si può chiedere allora in che area l’adulto si è sottratto nell’offrire modelli di identificazione coerenti.
Alcuni genitori vogliono solo dare tenerezza e permissività per sentirsi più amabili, non contestabili, così come alcuni insegnanti rinunciano o mitigano il loro ruolo valutativo e normativo a favore del quieto vivere, ma questa è un’operazione ambigua perché in questo modo abdicano alla funzione educativa e alla responsabilità cui sono chiamati, spacciando il proprio comportamento per amore o per bontà. Anche nella politica si può spesso osservare una tendenza all’omologazione che maschera, invece, ambigue intese che rivelano difficoltà di differenziazione e di identità. Ma allora l’ambiguità, novello vaso di Pandora, è la fonte di tutti i mali?
La stessa parola “ambiguità” è un termine ambiguo, l’etimologia ci dice che deriva da ambigere = essere discorde, essere suscettibile di varie interpretazioni, contiene, dunque, in sé un duplice significato. Hegel aveva sottolineato come gli “haddad”, parole arabe dal senso opposto (sârim: notte e giorno; sara: unire e disunire; aswad: bianco e nero; ecc.) testimoniano non una carenza, ma una ricchezza semantica, la possibilità di contenere la dualità in uno… l’ambiguità si può, perciò, anche intendere come risorsa e non è solo riducibile a danno. Se la pensiamo, per esempio, applicata all’arte, all’estetica o al linguaggio allusivo, scopriamo che contiene una notevole potenzialità creativa, non ci sarebbe poesia se non ci fosse indefinitezza nel linguaggio, così come le battute di spirito non avrebbero un così forte impatto emotivo se non contenessero un doppio senso.
L’ambiguità, nell’accezione di insaturità del pensiero, di polisemia di significati, di dimensione creativa, presuppone però la possibilità di riconoscerla e di usarla coerentemente per potersi trasformare da patologia in ricchezza, da difetto in qualità sublime, da confusione in apertura alla diversità perché “ciascuno di noi è abitato da più voci … che nel dialogo intrapsichico e ancor più nel rapporto psicoanalitico giocano continue scomposizioni e ricomposizioni, veicolo di patologie, ma anche strumento di guarigione”. (Argentieri, 2008)

domenica 18 giugno 2017

Luisa Mariani / Riti di passaggio



Riti di passaggio

Adolescenti, speranza o minaccia?


30 LUG 2014
di
LUISA MARIANI

La società ha sempre temuto la potenza delle nuove generazioni e, fin dall'antichità, ha sempre cercato di intervenire e contenere il potenziale esplosivo degli adolescenti con riti di passaggio. Gli adolescenti rappresentano la speranza del futuro, ma anche una minaccia per il presente in quanto si collocano in una zona intermedia, indefinita e non facilmente comprensibile. Vivono, infatti, un'area mentale che si situa a mezza strada tra la tragedia del mondo infantile che finisce, comportando un lutto per la perdita irreversibile del passato e la scoperta di un mondo adulto che sta per iniziare, che attiva sentimenti di speranza, di idealità, di desiderio di innovazione. Il loro linguaggio comunicativo, proprio perché risente di questa confusione emotiva, rimanda al caos, al selvatico, all'estraneo, all'ignoto che spaventa. Non si sa mai come comportarsi con loro, rimandano sempre l'idea di non essere capiti, di sentirsi soli ed incompresi nella grande impresa evolutiva che sono chiamati a compiere.
A. van Gennep, etnologo, prendendo spunto dallo spazio geografico, ha definito l'adolescenza come zona “margine”, geograficamente un tipo di zona neutra e dai confini incerti dove non vigono le leggi civili. Infatti, il passaggio dallo stato infantile a quello adulto richiede un periodo di sospensione, poco definibile, neutro appunto e i riti hanno sempre avuto la funzione di accompagnare e riconoscere come sacro questo tempo al “margine” aiutando i giovani a trasformare la pubertà fisiologica, evento della natura, in pubertà culturale, cioè socializzata, simbolica. Il rito dà espressione alla crisi permettendo la rappresentazione simbolica del dolore del cambiamento.
L'adolescente incarna per gli adulti il “perturbante”, cioè paradossalmente diventa il “familiare-sconosciuto”, infatti i genitori faticano, a volte, a far coincidere il bambino conosciuto da sempre con l'irriconoscibile nuova persona trasformata dai cambiamenti della pubertà. Inoltre l'adolescente, portando con sé il rischio di morte (il suicidio è la prima causa di morte in età puberale) e di attacco alle differenze di genere e di generazione, colpisce l'ordine culturale nella sua totalità. I disturbi alimentari, gli atti autolesionistici, le fobie scolari, le droghe rappresentano un tentativo di evitare il trauma puberale, richiamando attenzione e cura tramite la regressione allo stato infantile.
Una delle immagini archetipiche che hanno dato significato alla trasformazione adolescenziale è il labirinto, luogo dove ci si perde e ci si ritrova modificati dall'esperienza: ci si perde come bambini e e ci si ritrova come adulti. Nell'antichità, in molte parti dell'Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo, il labirinto era il luogo iniziatico, luogo elettivo della rinascita psicologica, veniva proposto a cavallo della crisi puberale (menarca e capacità erettiva) al fine di aiutare ragazzi e ragazze a ri-definirsi, a ri-identificarsi come adulti. Le società attuali, caratterizzate dall'assenza o evanescenza di valori stabili, rendono praticamente impossibile un sostegno che possa contenere ed accompagnare gli adolescenti come avveniva invece nelle società antiche o nelle tribù tramite i riti iniziatici. Sono andati perduti gli ideali rivoluzionari, non sembrano esserci valori per cui combattere e lottare, tutto è appiattito sul godimento immediato e non è prevista nessuna rinuncia o sacrificio, perché nessun ideale può sostenere l'attesa e la fatica del crescere in funzione di una realizzazione futura.
Gli adolescenti d'oggi, allora, si sono dovuti inventare nuove e autarchiche modalità rituali per affrontare il passaggio dall'età infantile all'età adulta. Ad esempio, una delle testimonianze provocatrici della loro esistenza la vediamo tutti i giorni attraverso quelle disturbanti ed implacabili scritte sui muri delle città. Sono le “tags”, strane firme a caratteri quasi geroglifici che ormai sembrano far parte dell'arredo urbano. “Tag” significa macchia, segno, impronta, le tag non sono belle, semplicemente sporcano la città, ma danno ai loro autori un rimando di esistere, di essere nel mondo, servono per rassicurarli sulla loro identità. La tag è una firma indecifrabile, è un nome d'arte, è una danza del tratto grafico, è come la rappresentazione del movimento del corpo in libertà, è un segno in cui conta più la forma del contenuto, deve colpire, deve dare una sensazione di bellezza al suo autore, e deve essere ripetuta all'infinito, così come è infinita l'illusione di vita futura.
Un altro segno che marca l'età giovanile è il famoso “motorino”, con cui ragazzi e ragazze sfrecciano per le vie di città e campagne con un atteggiamento di sfida e, a volte, mettendo in atto seri comportamenti a rischio. Ma perché e cosa vogliono sfidare? Sfidano il bambino che sono stati e che sentono ancora dipendente dagli adulti, anzi, cercano di spaventare quel bambino e dimostrargli che può organizzarsi anche quando la morte è vicina. Sfidano il bisogno della madre dell'infanzia, dimostrando di aver fatto della strada dai tempi della paura del buio; sfidano anche il padre, per rassicurarsi di essere forti e capaci di lottare. Il corpo e il motorino costituiscono la rappresentazione del sé: bisogna saper gestire la forza dell'aggressività, spingersi fino al limite come nella lotta, nelle gare, ecc. senza perdersi e senza soccombere. Sfidano anche la morte e questo aspetto riguarda la difficoltà di mentalizzazione e accettazione del nuovo corpo che scoprono essere capace di generare, ma che è anche mortale. È la scoperta della propria fragilità e della caducità umana che li induce a dimostrare di essere in grado di vincere il pericolo.
Altro momento di particolare importanza per gli adolescenti è l'esperienza della “curva” durante la partita della squadra del cuore. Entra in scena, qui, un rito aggressivo, i ragazzi hanno bisogno di sentirsi protagonisti, di lottare concretamente, di riconoscersi negli slogan, nei canti, nei colori, ecc., siamo sempre nell'ambito del riconoscimento della propria identità e il gruppo, con la sua funzione eccitatoria, è fonte di rischio, ma ha anche una funzione contenitrice quando è capace di osservare delle regole non scritte che dovrebbero frenare gli eccessi. La questione è la demarcazione fra i rituali aggressivi e la violenza vera e propria. Il rituale aggressivo non ha come scopo primario l'esternazione della violenza, ma prevale il bisogno di affermazione di sé, di riconoscimento del coraggio e la spinta aggressiva pare appartenere più alla noia che alla rabbia. Il riuscire o meno a superare il rituale suscita vergogna, piuttosto che colpa: un ragazzo ha bisogno di dimostrarsi e di dimostrare di essere capace, di valere per nutrire una buona autostima. E dalla vergogna nascono le tendenze ad effettuare manipolazioni violente sul corpo: doping, disturbi della condotta alimentare, tatuaggi, piercing e anche attacchi al “corpo” scolastico, tramite, per esempio, fobie scolari, inibizione negli apprendimenti, ecc.
Tra gli atti autolesionistici che destano maggior inquietudine c'è il terribile “gioco del foulard” che, stretto alla gola, serve per ricercare lo svenimento che si realizza attraverso una iperventilazione, seguita da una compressione della carotide che blocca l'afflusso di ossigeno al cervello. Come per la droga o per l'alcol i ragazzi, anche in questo caso, sfidano il proibito, misurano i propri limiti corporei e vivono esperienze straordinarie quali senso di vertigine, uno stato soporoso e una serie di allucinazioni e sensazioni “bizzarre” come per cercare e provare sensazioni estreme per trovare una conferma drammatica, ma sentita, dell'essere presenti nel mondo con una pienezza del sentire. È anche presente un forte bisogno di mettere in scena il disorientamento, il senso di perdita, il senso di soffocamento, le angosce intollerabili e l'impotenza del sentirsi senza punti di riferimento a cui aggrapparsi.
Il dolore del corpo rappresenta e, allo stesso tempo, allontana quello della mente, nasconde quello dei sentimenti così a lungo non riconosciuti, umiliati dall'indifferenza o, al contrario, soffocati da una assillante presenza degli adulti. Ai giorni nostri il tempo della zona “margine” dell'adolescenza tende a cronicizzarsi, il desiderio di fuga da casa è sostituito da una forma di parassitismo familiare che prolunga lo stato di dipendenza e non aiuta il giovane ad assumersi la responsabilità del diventare adulto. I genitori, che devono affrontare e contenere lo scontro generazionale, sono spesso incapaci di riconoscersi adulti maturi, ma vagolano nell'illusione di un'eterna giovinezza, rifiutando il naturale scorrere del tempo che li avvia verso un'altra fase della vita, di conseguenza fanno fatica a cedere il passo: ma se non si lascia libero lo spazio, come fanno i figli a crescere e a cimentarsi con responsabilità nella vita?
Nei tempi antichi e tuttora in alcune tribù erano previsti rituali di passaggio anche per i genitori, per esempio con l'atto del “salto della siepe”. Nella società attuale dove si tende ad omologare tutto, negando sempre più le differenze di generazione e di genere, chi aiuta i genitori a passare il testimone? E quale traghettatore aiuta i figli ad attraversare il guado dell'età adolescenziale?

venerdì 16 giugno 2017

Giovane e bella / Nessuno fa realmente sul serio a 17 anni



Giovane e bella

(2013)
 Il Film di François Ozon

Nessuno fa realmente sul serio a 17 anni

30 SET 2014 
di 
On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans.

Nuit de juin! Dix-sept ans! – on se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête …
On divague; on se sent aux lèvres un baisier
Qui palpate là, comme une petite bête …
(A. Rimbaud)

Il film Giovane e bella (2013) di François Ozon racconta la storia complessa e tormentata di Isabella, una diciassettenne alle prese con la difficoltà di incontrare la vita con nuovi sguardi e nuove responsabilità, alle prese dunque con l’ardua prova dell’imparare come si fa a diventare adulta. Il film racconta un anno della vita di Isabella ed è scandito in quattro tempi che seguono il ritmo delle stagioni, simbolo delle differenti esperienze che vivrà e del passaggio dall’età infantile all’età adulta.
Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

Ad accompagnare lo scorrere del tempo ci sono anche quattro canzoni di Françoise Hardy che con la sua voce acerba e cantilenante esprime bene gli stati d’animo che fanno capolino nell’epoca adolescenziale e quattro sono le strofe della poesia di Rimbaud che recita “nessuno fa realmente sul serio a 17 anni”, versi che vengono interpretati in classe da Isabella coi suoi compagni, quasi a sottolineare con maggior intensità le oscillazioni emotive e la confusione che caratterizza il pensiero adolescente. Nel film c’è dunque una cornice temporale che evoca la ripetitività di una storia che rappresenta una metafora universale, racconta dolorosamente il costo emotivo che comporta la ricerca e la scoperta di sé in adolescenza.

Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

Quando il film inizia siamo in estate e Isabella, al compimento del diciassettesimo anno, decide con convinzione di perdere la verginità. Questo obiettivo rappresenta il traguardo che segnala la demarcazione tra l’essere bambina e diventare donna e sembra essere per lei un passaggio obbligato per poter proseguire il percorso di crescita che ha architettato con determinazione e che prevede una compulsiva esibizione e vendita di sé. Questo piano apparentemente diabolico, per Isabella è un’esigenza incontrollabile di cui anche il suo corpo pubere pare avere bisogno per sentirsi riconosciuto, degno e bello nonostante la perdita della perfezione infantile. L’autunno è segnato allora dal “gioco” della prostituzione, esperienza fatta di corridoi e di strade da percorrere e ripercorrere, immagini che sembrano adombrare il cammino dell’età evolutiva e simbolizzare il passaggio della nascita. D’altra parte l’adolescenza non è forse considerata una sorta di seconda nascita? E il ripetersi di questo copione sembra ricalcare un rituale che ricorda un rito di passaggio adolescenziale vissuto terribilmente in solitaria.

Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

È rituale anche presentarsi agli appuntamenti clandestini indossando gli abiti della madre, come per mettersi nei suoi panni, o forse per dissacrare la figura materna, oppure abiti vissuti come una seconda pelle protettiva. Ma questo abbigliamento è anche la sua divisa da lavoro o la mascherata per entrare nel ruolo della donna sessuata e nascondere il corpo ancora di bambina di cui si riapproprierà alla fine delle prestazioni sessuali, rivestendosi con i soliti jeans e maglietta. Isabella, per contattare via internet i suoi clienti, si inventa anche un nome d’arte, Léa, proprio il nome della nonna, come se ci fosse bisogno di mamma e nonna in un legame transgenerazionale che la possa confermare nel ruolo di adulta e/o come se ci fosse il bisogno di coinvolgerle e renderle corresponsabili delle sue spregiudicatezze. In realtà, Isabella ha paura di diventare grande, teme di non saper affrontare l’ignoto, e allora lo sfida con una sicumera che tradisce la sua fragilità emotiva e la consapevolezza terrificante di sapersi insicura e sola in questo passaggio.
Forse c’è pure il bisogno di sfidare il mondo, di sentirsi invincibile e immortale anche in situazioni di notevole pericolosità di cui pare non percepire il rischio, c’è un affidarsi con estrema incoscienza ad esperienze “senza rete”, ad incontri con partner che la obbligano ad umilianti comportamenti perversi. Ma niente sembra toccarla né intaccarla; nonostante i ripetuti agiti sessuali sembra che nessuno riesca davvero a penetrarla, lo sguardo è vitreo, impenetrabile appunto, fa rimbalzare invece che accogliere, Isabella non dà segnale di esistenza, potrebbe essere in coma o sonnambula o una bambola di gomma e non pare percepire con i sensi né tantomeno con le emozioni quello che le accade.
Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

Il suo corpo è bellissimo, sembra immacolato, asessuato, non c’è la sensazione di un corpo imbrattato dal peccato e dalla colpa, è un corpo liscio, di bambina più che un corpo adolescenziale che emana afrori, sudori, escrezioni tipici dello sconvolgimento ormonale. È un corpo bello, ma asettico, può fare sesso continuamente ma senza sporcarsi, perché non c’è partecipazione eccitatoria né emotiva. Nelle relazioni non c’è legame, ma si sprigiona come un’anestesia che copre tutto quel fare deprivandolo di senso e di passione.
C’è una compulsività non dettata da un desiderio sessuale imperioso ed irrinunciabile, non c’è erotismo nel film, ma palpita una dipendenza dal bisogno di sentirsi riconosciuta, dal bisogno di integrazione e di costituzione d’identità. Isabella ha ogni volta bisogno di dare valore al proprio corpo, di confermare così la propria bellezza, affermare il proprio potere, consolidare la propria forma, garantendosi un contenitore-pelle che la renda coesa ed intera. Prova piacere perché la cercano, perché la vogliono, ottiene così conferma della sua esistenza e dunque del suo valore, è pagata e raccoglie i soldi che non spenderà mai in un astuccio-contenitore vuoto che simbolicamente la rappresenta e lo riempie a poco a poco di quei soldi/mattoncini che pensa le diano consistenza e pienezza.

Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

Isabella, dunque, non riesce a giocare col proprio corpo adolescente per scoprirlo nelle sue nuove potenzialità, ma necessita di farsi del male per sentirsi viva e la sessualità è agita in maniera violenta verso se stessa e verso l’altro, che diventa una parte di sé con cui e su cui agire. Il piacere libidico è usato per bloccare le angosce massicce di origine infantile, per riempire i vuoti dell’anima e del corpo che la lacerano implacabilmente e l’uomo viene ricercato solo per averne il controllo totale, per non sentirsi sola.
Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

Ma ecco giungere l’inverno, la stagione più drammatica: a seguito della morte di George, uno dei suoi ”clienti” più affezionati, la madre viene messa al corrente dell’attività di Isabella dalla polizia e scopre l’altra faccia di sua figlia, ma non riesce a capire come possa essere successo, si alambicca il cervello per indagare eventuali errori e ragioni. Il comportamento di Isabella le crea incredulità e repulsione, ma chi è quel mostro sconosciuto, travestito da sua figlia? Per la ragazza invece la promiscuità sessuale non ha odore di degradazione né di perversione, ma è un modo come un altro, (avrebbero potuto essere il fumo o la droga), per iniziare a sperimentarsi da grande e per riconoscersi, è un comportamento accompagnato da un brivido di trasgressione e da un vissuto di pseudo-adultità che risulterà, ovviamente, insoddisfacente e mortificante.
In primavera, stagione della rinascita, Isabella tenta la riparazione tramite il reinserimento nel gruppo dei pari con la bella indifferenza di chi nega quello che è successo, “nessuno fa realmente sul serio a 17 anni”, ognuno è semplicemente preso dalla sua personale sperimentazione del mondo, mosso dall’impellente bisogno di conoscere la propria verità. Allora Isabella fa finta che tutto sia come prima, ma mantiene un atteggiamento di assoluto distacco, come se vivesse in un'altra dimensione che non prevede la possibilità di relazione, di contatto. Gli altri sono come fantasmi oppure è lei l’inquietante fantasmino che si aggira eterea senza toccare la realtà del mondo con cui sente di non avere niente a che fare.
Alla fine la comprensione e il sollievo scaturiranno dall’incontro con la moglie di George, la donna al di fuori delle conflittualità familiari, la capisce, non la giudica, ma risuona della sua stessa tristezza, le parla il linguaggio della verità e l’accompagna nel tollerare il senso di colpa. Al termine di questa odissea, Isabella non è più la stessa, ma è profondamente trasformata dall’esperienza e vediamo per la prima volta aleggiare dei pensieri nei suoi occhi, probabilmente pronta per incontrare la realtà, poter pensare la sua vita e appropriarsene con maggior consapevolezza. E a questo punto neanche il regista oserà interferire nelle sue scelte, come per timore di violare la mente di Isabella, ma si accomiata da lei delicatamente lasciandola libera di proseguire la sua storia …


Il film non vuole essere la fotografia di una perversione, ma dipingere il ritratto di un’età estrema in cui c’è un tale bisogno di conoscersi da arrivare persino al punto di sdoppiarsi per osservarsi dal di fuori, di farsi del male per sentirsi, c’è bisogno di perdersi per ritrovarsi, occorre allontanarsi da sé, trovare la giusta distanza per mettersi a fuoco e scoprire la propria immagine. La storia di Isabella rappresenta la complessità della ricerca identitaria in un mondo dove l’autorità genitoriale si è indebolita, le intimità familiari sono poco fruibili perché sono vissute più razionalmente che con profondità emotiva, col risultato che i figli rimangono soli e cercano vicinanze alternative o sostitutive.
Sulle pagine dei quotidiani si riportano sempre più spesso episodi di giovani appartenenti a famiglie borghesi che si prostituiscono senza un apparente valido motivo, il film ci mette a contatto col dolore segreto e impensabile che l’adolescente può patire nel suo percorso di crescita, dolore irriconoscibile ed inimmaginabile dagli adulti di riferimento, in particolare dai genitori. Nella vita di Isabella il rapporto fallimentare tra i suoi genitori probabilmente ha causato un senso di vuoto, di disorientamento, di sfiducia, ha aperto angoscianti interrogativi sull’amore. Meglio non fidarsi troppo, non abbandonarsi alle emozioni che possono essere fonti di sofferenza insopportabile.
Marine Vacht in una scena del film Giovane e bella

Ozon nel raccontarci la storia di Isabella ci permette di avvicinarci a piccoli passi, con rispetto e delicatezza, alle turbolenze del mondo adolescenziale, si percepisce in lui una passione per questa età che ritrae con una competenza emotiva che lascia intravvedere una sua identificazione profonda e partecipata. Ne fa un dipinto che affascina e turba allo stesso tempo, sono tratti che non vogliono saturare di significato, ma permettono di sognare l’adolescenza senza violare il mistero ineffabile di cui è intessuta.



mercoledì 14 giugno 2017

I libri, la mia vita / Intervista a Laura Bosio

Laura Bosio

I libri, la mia vita

Intervista a Laura Bosio


12 GIU 2017 

di 
LUISA MARIANI
Scrittrice, editrice, sceneggiatrice, autrice di numerosi studi e romanzi, spesso incentrati sul “femminile”, ha recentemente pubblicato Per seguire la mia stella, dove riscopre l’inedita figura di una poetessa lucchese del ‘500.
Che cosa vuole raccontarci di lei?
Temo l’autoritratto, che è diretto quanto fuorviante. Preferisco provare a raccontare di me attraverso qualche quadro, cosa che di per sé rivela alcune mie predilezioni, forse lucide e di certo maniacali. Indugiare, ad esempio, sullo stralunato Van Gogh dipinto da Francis Bacon nel 1957: cappello giallo sulla faccia scimmiesca, cofanetto da pittore sulle spalle e un bastone-seggiolino a puntellare il corpo molle e quasi sfatto, cammina dritto per la sua strada, tra campi rosso fuoco, in una giornata di sole pieno, ma una gabbia appena visibile lo incornicia. Lo associo a un Giovanni Battista del Cinquecento olandese, opera di Geertgen tot Sint Jans: se ne sta seduto in mezzo a un paradiso terrestre con la testa appoggiata a una mano, il piede sinistro accavallato al destro, impacciato e familiare, si vorrebbe abbracciarlo. E cosa dire del bouquet di Brueghel il Vecchio, 44 fiori diversi più 3 nella ghirlanda a lato, che mi diverto a contare? Un po’ tanti, sfronderei. Le tentatrici di Pinturicchio, nell’Appartamento Borgia del Vaticano, ogni volta mi seducono e mi spaventano, con quelle corna da satiro di cui non sembrano rendersi conto. Non sarà che mi immedesimo in loro? Provo meraviglia di fronte all’onda tentacolare di Hokusai, e simpatia profonda per gli omini industriosi e pelati che la affrontano a remi, quieti temerari. Difficile emularli, però è quello che vorrei.
La riflessione e l’indagine sul femminile, è un po’ l’asse portante delle sue ricerche …
La storia delle “donne felici” in questi ambiti, tra alti e bassi, remissioni e nuovi inasprimenti, purtroppo credo che continui a rimanere un miraggio. Penso però che le donne, oggi, abbiano una grande occasione: quella di portare nella società, dove si sono affacciate tutto sommato da poco come soggetti riconosciuti e ascoltati, la propria adattabilità e nello stesso tempo la propria libertà, socialmente conquistata e forse intimamente mai persa. Per secoli le donne sono state costrette in gabbie strettissime, spesso crudeli, e per sopravvivere hanno dovuto imparare l’accortezza, la flessibilità, la capacità di intuire, di prevedere, associare, organizzare, sforzandosi di rimanere libere da confini inutili, da schemi rigidi e irrigidenti. Qualità che ora vengono considerate indispensabili, nel lavoro, nei rapporti sociali, nell’arte. Gli uomini invece, che quelle gabbie hanno creato, sono rimasti un po’ prigionieri delle loro stesse sbarre. Superfluo sottolineare quanto le donne che in posizioni di vantaggio ripetono le solfe dettate da schemi “maschili”, si rimettano da sé dentro le gabbie. E avrebbero ben altre possibilità…
Ha scritto che “Dentro e Oltre” segnano l’esperienza profonda di molte delle donne incontrate…
Ho curiosità e ammirazione per le ricerche, le esperienze spirituali, al di là dei credo e delle fedi. Spiritualità è un termine ampio e variamente declinato, dalle religioni, dalla filosofia, un labirinto di significati e di simboli, ma anche di equivoci. Restringendo il campo a quello che mi è più congeniale, per me è respiro interiore, spazio dove l’io che si trincera lascia che le sue mura si sgretolino, scompaiano, per fare strada all’altro, agli altri. Spazio e respiro interiore per ritrovare nell’aperto qualcosa di significativo, con ricadute niente affatto intimistiche, ma sociali e forse anche politiche. Immergersi dentro di sé fino a sprofondare spinge inevitabilmente fuori di sé, verso l’esterno, l’altro e gli altri. Sono molte le donne che potrei citare: mistiche come Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, filosofe, pensatrici e poetesse come Edith Stein, María Zambrano, Simone Weil, o come Emily Dickinson, Cristina Campo…
La sua ultima fatica, il romanzo Per seguire la mia stella scritto con Bruno Nacci, è incentrata su Chiara Matraini, poetessa del ‘500, un “romanzo storico” sui generis …
Oggi si pubblicano romanzi “in costume” dove i lettori ritrovano gli stereotipi che già si aspettano. I personaggi sono abbigliati secondo gli usi del secolo in cui le vicende sono ambientate, ma pensano e agiscono come uomini e donne di questo tempo. Noi abbiamo provato a calarci, documentandoci molto, nella mentalità dell’epoca. Non volevamo creare un medaglione celebrativo di Chiara Matraini, né farne un’eroina romantica, paladina della liberazione femminista, ma ridare vita alla donna tormentata e piena di ombre che fu. Volevamo raccontare la vita non facile e coraggiosa di una donna in un periodo che per molti aspetti anticipa la modernità, con l’avvento di una classe di mercanti banchieri spregiudicati, la creazione delle Borse, oltre che lo scontro duro ma appassionato sui grandi temi della religione.
Chiara Matraini, come altre poetesse del XVI secolo, rivela, più o meno nascostamente un’inquietudine spirituale e religiosa che la avvicina ai fermenti della Riforma …
È così. La stessa Vittoria Colonna – al centro dello straordinario e credo irripetibile gruppo di poetesse del Cinquecento - fu attratta dalla Riforma e da predicatori ereticali. Ad attirarle non erano tanto i dubbi sulla fede quanto il disamore e la presa di distanza dalle trame e dagli interessi, di potere e di denaro, di sacerdoti, ordini monastici, papi che si presentavano come imperatori romani nella pompa di rituali grotteschi. Alcuni tra gli esseri più sensibili del tempo, fra cui le poetesse di cui stiamo parlando, si sottraevano ai ricatti di quella fede distorta e pur non aderendo, o solo in parte, alla Chiesa riformata erano conquistati dalla chiarezza, dall’indipendenza, dal richiamo alla moralità che vi intravedevano.
Si è cimentata anche come sceneggiatrice, che cosa le ha riservato questa esperienza?
Nel 1997 ho collaborato al soggetto e alla sceneggiatura di Le acrobate di Silvio Soldini. Il cinema è una mia grande passione, non a caso mi sono laureata in Storia del cinema a Milano con Gianfranco Bettetini. Per quel film Silvio cercava una scrittrice che lo aiutasse a mettere a fuoco le due figure femminili che aveva immaginato (poi interpretate da Licia Maglietta e Valeria Golino). Ci eravamo intesi, e siamo tuttora amici. Collaborare alla realizzazione di quel film per me è stato un omaggio al cinema che tanto ho amato, la possibilità di conoscerlo più dall’interno.
Dalla sua prospettiva di consulente editoriale, come vede l’attuale situazione dell’editoria e del libro?
La crisi è innegabile, e il momento particolarmente complicato. Le cause dell’inquietudine non mi sembrano però risiedere dove le sento indicare più spesso. Non sono fra chi, nella diatriba tra libro elettronico e libro di carta, postula che la carta garantisca la qualità del contenuto mentre lo schermo porterebbe con sé la mediocrità della distrazione: gli editori sono stati i primi a svalutare il contenuto di ciò che hanno accettato di pubblicare in forma di libro. Lo schermo elettronico, che abitualmente uso, non ucciderà la carta, almeno in tempi brevi, più di quanto la radio non abbia ucciso la stampa o la televisione la radio. Per parte mia, non riesco a immaginare un mondo senza libri: i libri sono le case delle parole e le parole le case del pensiero.
Che importanza ha rivestito Milano, nella sua formazione e nella sua affermazione come studiosa e scrittrice?
Milano ha avuto una parte direi decisiva nella mia formazione. Venni a vivere qui a metà anni Settanta, per studiare Lettere all’Università. Erano i cosiddetti “anni di piombo”, un periodo drammatico, ma essere più vicina a quello che stava succedendo, che stava cambiando, socialmente e culturalmente, mi era sembrato subito importante. E poi a Milano c’era il cinema a portata di mano, cineteche come l’Obraz e il San Marco dove passavo letteralmente le giornate. A Milano c’erano anche le pinacoteche, che non smettevo di visitare, c’erano il teatro d’avanguardia e la musica contemporanea che scoprivo con entusiasmo. E c’erano le librerie, i libri, che poi sono diventati la mia vita.
Nelle sue opere, ci rappresenta donne di tutto il mondo e di tutte le epoche; quali figure della cultura e della storia ambrosiane le sembrano più significative da ricordare?
Tra le tante, mi viene in mente la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso. È stata definita di volta in volta sfortunata, romantica, rivoluzionaria, socialista, impenetrabile, spettrale e, nella vecchiaia, crudelmente in rovina. Definizioni mediamente suggestive e fatalmente vere solo a metà. Di lei, come è accaduto a molte donne di talento (e come è accaduto anche a Chiara Matraini), si è preferito dire che era eccentrica e scandalosa piuttosto che brava. In sessantatré anni di vita ha collezionato avversari illustri, Mazzini e Gioberti, ad esempio, o Manzoni. Ma Carlo Cattaneo, in una lettera del luglio 1860 all’amico e tipografo Gino Daelli, editore del Politecnico e delle opere di Mazzini, non aveva dubbi: “In ogni caso è la prima donna d’Italia”.
Ci può parlare della sua esperienza in Penny Wirton?
Eraldo Affinati e sua moglie Anna Luce Lenzi hanno fondato la Penny Wirton, scuola di italiano per migranti, nel 2008 a Roma. Qui esiste dal dicembre 2015 e in poco più di un anno e mezzo è diventata una presenza, grazie alla risposta partecipe e generosa della città. Caratteristica principale della scuola, completamente gratuita e autofinanziata, è l’insegnamento “uno a uno”, a tu per tu tra insegnante e allievo, che in questo modo può essere seguito dal livello di partenza in cui si trova. Per questo dobbiamo contare sull’apporto di numerosi insegnanti volontari, che non mancano, al contrario. Oltre a non essere organizzata in classi, la Penny Wirton non richiede iscrizione formale e accoglie studenti lungo tutto la durata del corso. Per l’insegnamento mettiamo a disposizione i volumi concepiti appositamente da Eraldo e Anna Luce sulla base della loro esperienza, strumenti molto utili per noi. Un’esperienza non solo civile e sociale ma formativa per i più giovani come per tutti noi. I problemi sono molti, è indubbio che l’accoglienza vada organizzata con la massima attenzione, sul piano sociale e politico. È però certo che, in un momento in cui siamo chiamati a un ripensamento profondo del nostro vivere insieme, la condivisione diviene una strategia importante, anzi necessaria.


Luisa Mariani

Psicologa, psicoterapeuta, docente di psicoterapia dell’adolescente e di teoria psicoanalitica presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica di Milano, sono autrice di contributi pubblicati su riviste specializzate riguardanti la supervisione e il gruppo clinico come strumenti di apprendimento nella formazione in psicoterapia.
Ho organizzato corsi e convegni sull’età evolutiva per genitori, insegnanti ed operatori e collaboro a quotidiani e periodici con articoli sulla cultura psicoanalitica, sulle relazioni familiari e sul rapporto tra cinema/arte e psicoanalisi. Conduco seminari per psicoterapeuti sui temi dell’ascolto del corpo, del pensare per immagini e del recupero della capacità di “sognare” come strumenti clinici nella psicoterapia ed è in questo senso che mi appassiona utilizzare il cineforum come mezzo di formazione. D’altra parte se il sogno è all’origine della psicoanalisi e della sua teoria della mente, lo è anche all’origine della creazione di immagini artistiche, di quelle cinematografiche in particolare, ma anche di quelle pittoriche, scultoree, letterarie e musicali.
Mi sento profondamente in sintonia con quei modelli teorici della psicoanalisi secondo cui nella pratica clinica “l’analista deve essere capace di costruire una storia.” (W.R. Bion) e dove lo psicoterapeuta nella sua funzione interpretativa “Deve dunque avere familiarità con quelle sorgenti delle fantasticherie proprie dello scrittore creativo …” (G. Di Chiara): è lasciandomi andare in questa corrente immaginopoietica e visionaria che sognerò e narrerò “storie”.